«TWISTED TENDERNESS - Electronic» la recensione di Rockol

Electronic - TWISTED TENDERNESS - la recensione

Recensione del 11 mag 1999

La recensione

Miracoli dell’alternative pop. O del rock. O di come vi piacerà chiamarlo. Gli Electronic sono di nuovo qui, per la terza volta con un album in dieci anni di sporadica carriera, trascorsa mescolando, imbrogliando, tagliando e filtrando della splendida musica. Gli sbrilluccichii degli Smiths e dei New Order sono laggiù, come due cittadine addormentate su di una costa guardata dal largo, di notte. Tanto di quanto messo in mostra dai due ricorda quei due mondi eppure riesce a non farli rimpiangere mai. E’ un’accoppiata lucida, quella di Bernard Sumner e Johnny Marr, che ha determinato da sola la stagione della musica inglese – e quindi europea – per tutti gli anni ’80 e non è ancora stanca. Che poi nella loro musica si mescolino echi dei Pet Shop Boys, riverberi dei Talk Talk, arpeggi e armoniche degli Smith e il tratteggio dance di certi New Order impreziosisce soltanto TWISTED TENDERNESS di qualcosa di più, arricchendo la musica sanguigna e a tratti impetuosa dell’album con riflessi che sintetizzano in breve nostalgie e migliorie del pop inglese. Oltre a una cover di claptoniana memoria (erano i Blind Faith – suoi e di Steve Winwood - che la cantavano) con “Can’t find my way home” i ragazzi firmano l’album dello smarrimento e della solitudine con brani splendidi come l’iniziale “Make it happen”, la focosa “Vivid” e la title track, letteralmente clamorosa. Melodia, intensità, sofferenza ed energia si impastano in questo disco fatto da due fenomeni; perché è questo che alla fine viene fuori, e cioè che se Sumner e Marr sono stati in due gruppi di fuoriclasse era perché erano dei fuoriclasse.
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