«LORENZO 1999-CAPO HORN - Jovanotti» la recensione di Rockol

Jovanotti - LORENZO 1999-CAPO HORN - la recensione

Recensione del 10 mag 1999

La recensione

Lorenzo si è fermato un attimo. Dopo i viaggi de “L’albero”, dopo i chilometri percorsi in bicicletta in Patagonia, dopo i concerti del precedente tour, CAPO HORN fotografa Jovanotti in un momento di pace e serenità familiare. Accanto a lui e Francesca c’è adesso la neonata Teresa, e l’attesa della primogenita ha fornito a Lorenzo l’occasione per realizzare un disco ‘da fermo’. Due i mondi che fanno parte di CAPO HORN, da un lato il microcosmo familiare e la sua naturalità ‘animale’ fatta di cose da toccare, di colori, di sapori; dall’altro il macrocosmo rappresentato dall’universo e dalle sue mille domande. Jovanotti non ha perso il gusto di porsi domande e di cercare risposte e anche se a tratti la sua scrittura si fa un po’ troppo ‘ecumenica’ – in poche parole il suo personale finisce per divenire argomento del disco senza che necessariamente porti a qualcosa di altro – CAPO HORN è comunque pieno di quella curiosità nei confronti della vita, e di voglia di celebrarla, che ormai da diverso tempo costituisce una costante degli album di Lorenzo. Musicalmente si tratta di un album molto diverso dal precedente, che rispecchia nella strumentazione quella voglia di essenzialità che ha rappresentato una costante nella scrittura e nell’arrangiamento dei brani sin da subito. Niente fiati, niente strumenti etnici, soltanto il terzetto composto da Pier Foschi, Saturnino e Michele Centonze con una manciata di campioni e qualche momento orchestrale. C’è un intervento di Michael Franti (Sperhead, Disposable Heroes of Hiphoprisy) e un campione della celebre “Extraterrestre” di Eugenio Finardi (“La vita nell’era spaziale”). Proprio questo brano può essere considerato uno dei manifesti più riusciti del disco, con il suo continuo accostare mondi e possibilità diverse, in un continuo gioco di rimandi tra passato e futuro, tra umanità e tecnologia. “Dolce far niente” (una delle frasi preferite di Paperino) e “Un raggio di sole” sono due possibili singoli solari e contagiosi, mentre “Il resto va da sé”, “Un giorno di sole” e “Capo horn” hanno un impianto maggiormente narrativo. Non mancano i pezzi da concerto, come “Funky beat-o”, “Dal basso”, “Non c’è libertà”, a compensare la tranquillità della prima parte dell’album. Un disco specchio di Lorenzo, come sempre, un disco che ha tante cose da dire e su cui far riflettere. Ci riescono in pochi, in Italia.
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