«MAYA - M.I.A.» la recensione di Rockol

M.I.A. - MAYA - la recensione

Recensione del 12 lug 2010 a cura di Rossella Romano

La recensione

Terzo album per M.I.A., che arriva a tre anni da "Kala", disco che l'ha resa popolare alle masse e soprattutto, l'ha fatta conoscere come portavoce dell'orgoglio Tamil in Occidente. Il suo interesse per le questioni politiche in Sri Lanka si è manifestato sin da adolescente e la sua poca benevolenza verso la società dei consumi è prevalsa su ogni cosa. Nel 2005 arriva il primo album, "Arular", che la fa conoscere ai più, grazie anche all'amica Peaches, che suona i suoi brani nei club. Nel 2007 esce "Kala" e sforna i singoli "Jimmy" e "Paper plans", che le aprono anche le porte dello showbiz d'Oltreoceano. Giungiamo ad oggi con "Maya" (scritto "/\/\ /\ Y /\"). Chiunque abbia pensato che la gravidanza l'abbia addolcita si sbaglia di grosso: ci sono tantissima rabbia e sopratutto tantissimi versi contro il Governo occidentale, accusato di manipolare l'opinione pubblica attraverso la Rete. Il disco si apre con "The message", un loop di queste parole: "Headbone connects to the neckbone-Neckbone connects to the armbone-Armbone connects to the handbone-Handbone connects to the internet-Connected to the Google-Connected to the government" e come inizio non c'è male. Sound spiccatamente caratterizzato da beat hip-hop, come i lavori precedenti, ma stavolta l'utilizzo di elementi elettronici e un paio di brani vagamente pop/dance donano al disco un non soche di poco equilibrato. Parole che ti feriscono come una lama, note che ti colpiscono come proiettili: è un album duro, durissimo. Brani come "Steppin up", "Teqkilla", "Born free", singolo dall'inquietantissimo video musicale, e "Story to be told", ti stordiscono con il loro ritmo incalzante, sono davvero d'impatto. Tantissime casse e sonorità talmente forti da toglierti il fiato. Anche se, a dire la verità, la perplessità che si avverte sin dall'apertura rimane costante. Nonostante M.I.A. abbia voluto aggiungere qualcosa, sembra proprio che invece abbia tolto quelle caratteristiche alle quali, chi ascoltava la prima Arulpragasam era abituato: violenza, impegno polito e rivendicazioni si, ma con quel tocco di spirito che ora pare totalmente assente Da menzionare "XXX0" e "Tell me why", ti rimangono subito in testa e non ci puoi fare niente, forse la prima un po' troppo pop e un po' poco dance. Significative "Internet connection", manifesto contro il potere del Web, influenzato da manovre politiche e "Illygirl", prossima hit da club, ha un sound davvero adatto ad ogni tipo di dancefloor e chiude un album che vorrebbe essere vario nel suo genere, se in qualche genere può essere classificato. Per quanto riguarda le sonorità, "Maya" lascia davvero titubanti e non risulta subito facile ad un primo ascolto. Chissà, forse sulla scia della collaborazioni tra mondo hip hop e mondo electro, ultimamente molto in voga, anche la "ribelle Tamil" si è lasciata tentare, a quanto sembra un po' troppo. Pare proprio che questa volta prevalga il messaggio piuttosto che la musica. Si possono fare tantissime riflessioni su quanto sia giusto o meno scrivere testi così politcamente schierati, oppure ci si potrebbe domandare se sia corretto usare la musica per portare al proprio pubblico, e non solo, un messaggio privato più che personale. Ma sappiamo bene che M.I.A. ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di convenzione. Prendere o lasciare, non si può' fare altro.

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