«HIGH VIOLET - National» la recensione di Rockol

National - HIGH VIOLET - la recensione

Recensione del 26 apr 2010 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Aspettare tre anni prima di pubblicare un nuovo album non è un attesa così lunga se tutti hanno nelle orecchie una canzone come “Fake empire”: non solo uno dei brani più belli scritti nei primi dieci anni del ventunesimo secolo, ma anche un brano che ha segnato indelebilmente un'epoca che ha visto salire alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama. Un politico democratico e di colore che, in ogni suo comizio elettorale, veniva anticipato da quella canzone che raccontava la delusione per la caduta dell'impero statunitense di fronte al mondo e del tentativo di ricominciare.
Così i National sono passati da essere una band di culto di Brooklyn (anche se originari di Cincinnati) ad un fenomeno musicale che ha contribuito a uno quegli scossoni che solo un popolo come quello americano può immaginare e, talvolta, realizzare.
Tre anni dopo gli Stati Uniti sono travolti dal cambiamento, mentre noi trepidiamo nell'attesa di ascoltare il seguito di quel “Boxer” che conteneva sì “Fake empire”, ma col tempo aveva dimostrato di essere un disco stupendo pieno della poesia e della tensione che i National infondono in ogni loro canzone.
“High violet” ci arriva in anteprima grazie allo streaming offerto per pochi giorni dal sito del New York Times in qualità assai migliore della versione rintracciabile in rete.
Lo scenario si apre con “Terrible love” e sull'intreccio di chitarre su cui Matt Berninger inserisce la sua voce, più scura che mai, per raccontare la sua storia di solitudine, quell'amore terribile il cui pathos cresce fino ad esplodere in un finale pieno di tensione e rumore, una struttura simile a “High violet” ma in cui l'esplosione sembra tutt'altro che liberatoria.
I National mettono subito in chiaro le proprie carte componendo un album in cui ritroviamo le qualità con cui si erano fatti apprezzare in passato amalgamate in un sound ancora più corposo e unico. La voce cavernosa di Berninger e le sue stupende liriche, le melodie e gli arrangiamenti dei fratelli chitarristi Derringer e la ritmica tesa e vagamente new wave dei fratelli Devendorf sono le colonne portanti di ogni canzone di questa band che sembra aver trovato non solo una proprio sound originale e di ampio respiro, ma anche una vena compositiva che non mostra confini.
Basta ascoltare la malinconica “I'm afraid of everyone” che lentamente si spiega e svanisce in una nuvola di chitarre, la pulsante “Lemonword” o l'acustica “Runaway”, gli arrangiamenti di fiati di “England” e il suo finale corale per rendersi conto di avere tra le mani un disco eccezionale, un gioiello oscuro che rilascia tutta la sua luce man mano che lo si ascolta.
Così, mentre cerchiamo di catalogare questa opera straordinaria, i National sono già da un'altra parte spinti da quel finale sorprendente di “Vanderlyle crybaby geeks”, un'altra canzone che non ci lascerà mai più.

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