«ROMBORAMA - Bloody Beetroots» la recensione di Rockol

Bloody Beetroots - ROMBORAMA - la recensione

Recensione del 27 ott 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Bloody Beetroots è un nome che ai più non dirà nulla. Eppure Bloody Beetroots, progetto italiano, sta salendo a grandi falcate la scalinata che porta alle vette di popolarità dell'elettronica mondiale. Certo, non è la prima volta che in quel settore nostri connazionali vengono osannati all'estero e praticamente ignorati in patria, specialmente nel mondo house, ma non solo (vedi Crookers). La storia di Bob Rifo, colui che si cela dietro ai BB, è però diversa dal solito, non è il classico DJ arrivato al successo. Nativo di Bassano del Grappa, Bob viene infatti dal mondo del punk, del rock e solo nel 2007 si lancia effettivamente nell'universo electro, con sorprendenti e immediati risultati. Firma subito un contratto con l'etichetta americana Dim Mak, stampa tre EP (“Rombo”, “Cornelius” e “Warp”), grazie ai quali si aggiudica numerosi remix (per Etienne De Crecy ad esempio) e le sue produzioni originali vengono scelte dalla CBS per 3 episodi di C.S.I. Miami e per colonne sonore di noti videogame come Fifa '09, Nba '09 e Need For Speed Pro Street.
Nella primavera del 2009 Bloody Beetroots viene chiamato a suonare (dal vivo Bob è coadiuvato da Tommy Tea ed entrambi durante il set indossano maschere e si scatenano come pazzi) ad uno dei festival rock più prestigiosi di tutto il mondo, il Coachella, in California, accompagnati da Steve Aoki, DJ semi-sconosciuto qui da noi, ma molto popolare negli Usa, nonché proprietario della label Dim Mak, ospite del primo disco dei Bloody e con il quale nel gennaio 2010 darà alle stampe un disco congiunto a nome Rifoki (prodotto da Giulio Favero de Il Teatro degli Orrori e ex One Dimensional Man).
Da allora BB ha suonato (o suonerà a breve) in tutto il mondo: da Parigi al Giappone, passando per l'Australia, Bangkok e anche qualche data in Italia.
Dopo tutto questo clamore, il mese scorso è stato finalmente pubblicato il primo album ufficiale di Bloody Beetroots intitolato “Romborama” ed edito in Italia dalla major Universal.
La prima cosa che si nota è sicuramente la “violenta” grafica del CD, realizzata appositamente per l'occasione da Tanino Liberatore, storico fumettista italiano (Frigidaire, Rank Xerox), noto per i suoi disegni anticonvenzionali e scandalosi. E' difficile dare un giudizio complessivo a “Romborama”, forse perchè è difficile considerarlo un vero e proprio album: il disco sembra più che altro una raccolta di quanto realizzato fino ad oggi da Bloody Beetroots (esperimenti compresi) ed anche il numero di tracce (venti) risulta francamente eccessivo.
Questo non significa che qui dentro non ci sia roba buona, anzi. Personalmente ritengo che da un DJ riempipista ci si debba aspettare soprattutto brani che facciano tremare le mura di casa. E qui ci sono eccome. Pezzi dalla cassa dritta assassina, come dei Daft Punk con la seconda parola scritta maiuscola, violenti ed anarchici: su tutti si innalza senza ombra di dubbio “Warp 1.9” (con il già citato Steve Aoki che sbraita come un pazzo), un condensato di energia, dove non è difficile immaginare l'intero dancefloor a saltare in visibilio per i due DJ mascherati. Stessa efficacia e stesso sound per canzoni di grande impatto, spacca-pista come la title-track, “Storm”, “Cornelius”, “Talkin' in my sleep”, “Butter”, “Theolonius”, “Yeyo”, “I love the Bloody Beetroots” e “Warp 7.7” (sempre con Aoki). Dieci brani, praticamente un album, infuocati e martellanti, impossibile restare fermi e non aver voglia di danzare fino all'alba. Ecco, personalmente avrei chiuso qui.
Mi rendo conto che forse sarebbe stato troppo audace realizzare un esordio tutto su questi ritmi, soprattutto per chi non viene comunque dal mondo della techno. Allora se forse possono starci bene alcuni riempitivi come la chill-out malinconica di “Mother” ed esperimenti riusciti come la collaborazione con il rapper Marracash in “Come la”, più difficili da digerire risultano altri episodi come il “plagio” dei Daft Punk in “Second streets have no name” e “Fucked from above 1985” o gli echi di italo-disco di “House n.84”.
Insomma, “Romborama” non rivoluziona nulla, è troppo lungo e disomogeneo e forse troppo pretenzioso. Però quando Bob decide che è ora di farci ballare, saltare e fare casino, sa esattamente come fare e ci riesce come non molti ci sono riusciti negli ultimi tempi. Quindi, essendo il primo album, gli si può perdonare in parte la prolissità. Allora su la maschera e tutti in pista: tunz, tunz, tunz!

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