«MILOW - Milow» la recensione di Rockol

Milow - MILOW - la recensione

Recensione del 26 ott 2009 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Jonathan Vandenbroeck, alias Milow, è un cantautore belga classe 1981 salito alle cronache più recenti per aver riscosso un grandissimo quanto inaspettato successo nel modo più tradizionale che un giovane artista possa immaginare: attraverso una cover. La cover di cui stiamo parlando è “Ayo technology”, del più noto 50 Cent, ovvero un polo musicale geograficamente agli antipodi rispetto alla scena indipendente belga di cui ahimè, si sente sempre troppo poco. La storia è andata più o meno così: nel settembre del 2008 Milow registra la cover di “Ayo technolgy” per una radio belga, un pezzo sincopato ed incalzante che rivela un punto di vista inedito di un brano che aveva già avuto un ottimo successo in originale (quando c’è la sostanza…). Il video inizia a girare su Youtube tanto da raggiungere in breve tempo la stratosferica cifra di 40 milioni di visite. Tutta questa visibilità contribuisce ovviamente a spingere il nome del cantante fuori dai confini nazionali dove invece già circolano due dischi a suo nome, “The bigger picture” del 2006 e “Coming of age” del 2008 prodotti entrambi a seguito del successo ottenuto all’Humo’s Rock Rally, uno dei maggiori contest a livello nazionale dove già ai loro tempi i dEUS fecero una bella figura. Milow si sente pronto al grande salto e prepara il debutto su larga scala, mirando al mercato europeo con una sorta di compendio di quanto già fatto, unendo il meglio dei dischi precedenti e aggiornando alcuni pezzi ad hoc.
“Milow” dunque è ciò che Jonathan ha da mettere in mostra per presentarsi al mondo, per dimostrare quanto di buono può esserci dietro una cover spacca classifica. Dal punto di vista musicale i quindici brani di “Milow” sono un buon mix delle diverse anime che compongono l’artista belga. “Ayo technology” a parte sono diversi i pezzi che danno qualche spunto interessante. E’ un po’ come se Damien Rice decidesse un bel giorno di mettersi a suonare con i Counting Crows: c’è malinconia di fondo e un evidente amore per la melodia a cui si aggiungono molti piccoli dettagli briosi in chiave di arrangiamento che conferiscono un piglio indipendente niente male. Il campo di gioco sono le ballate acustiche in cui Milow si trova particolarmente a proprio agio: “You don’t know”, “Coming of age” e l’ispirata “Born in the eighties” (forse i due pezzi migliori dell’intero lotto) le più significative. Ci sono poi momenti più brillanti e scanzonati come la divertente “Canada”, “One of it” e “Stephanie” dove l’anima più pop prende il sopravvento senza infamia, ma soprattutto senza lode.
Perché per quanto piacevole sia l’ascolto, alla lunga questo riassunto delle puntate precedenti mostra la corda, mettendo evidentemente troppa carne al fuoco con il non troppo celato intento di fornire la vetrina più ampia possibile. Avrebbe invece giovato una selezione più accurata dei brani da mettere in scaletta, senza lasciarsi prendere la mano dalla foga di far vedere, ma privilegiando il materiale di qualità. Perché benché ancora acerbe, di buone idee ce ne sono e sarà interessante vedere in che modo si svilupperanno in futuro. Possiamo comunque dire che il disco adempie al suo compito principale, ovvero quello di aprire uno spiraglio per vedere oltre al polverone sollevato dal fenomeno commerciale dove si trova del discreto indie pop che ha voglia di fare il salto di qualità. Come inizio ci può stare.
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