«BETWEEN MY HEAD AND THE SKY - Yoko Ono» la recensione di Rockol

Yoko Ono - BETWEEN MY HEAD AND THE SKY - la recensione

Recensione del 17 ott 2009 a cura di Franco Zanetti

La recensione

“Conoscete altre vedove quasi settantenni capaci di fare cose del genere?”, ci chiedeva l’ottimo Paolo Giovanazzi otto anni fa, 26 ottobre 2001, recensendo per Rockol “Blueprint for a sunrise” di Yoko Ono. Gli rispondo oggi, come allora: no, e non ne sento la mancanza.
Perché, diciamolo una volta per tutte: il recupero critico di Yoko Ono e del suo “non fare musica” (il virgolettato è di Alfredo Marziano nel 2007, nella recensione per Rockol di “Yes, I’m a witch”) è soltanto segno di cattiva coscienza, di tardivo pentimento per le cattiverie e le malignità extraprofessionali scritte a raffica negli ultimi trent’anni sulla “greatest rock’n’roll bitch”, o - peggio - di interesse di bottega a tenersi buoni i rapporti con la venale vestale dell’archivio Lennon (vedere l’atteggiamento di “Mojo”, mensile di altissimo profilo nella storiografia del rock ma che ha tanto bisogno di Yoko Ono per confezionare i suoi frequenti “special” sui Beatles. Un po’, per dire, come se... no, lasciamo stare la Vedova Nera italiana, che oggi, mentre scrivo, è il 29 settembre).
Dite: ma ancora ce l’hai con Yoko Ono? Ma no, son passati quarant’anni dallo scioglimento dei Beatles, e tutto è perdonato. Ma dal perdonare un’arrivista soi-disant artista al gridare alla grande artista incompresa ne corre. Oh, quanto ne corre.
Sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato, recensire un disco di Yoko Ono. E, quindi, sapevo che mi sarebbe toccato ascoltarlo. Lo giuro, lo giuro su Ringo: ci ho provato, e per ben due volte, ad ascoltare per intero questo “Between my head and the sky”, da poco uscito sull’etichetta Chimera di quell’altro poveretto di Sean Lennon (uno che se non si chiamasse con quel cognome gestirebbe una rosticceria cinese). La prima volta sono arrivato alla traccia sette, la seconda volta - in automobile, guidando in autostrada - mi sono arreso alla traccia dieci. Scusate, ma rischiare la vita per recensire Yoko Ono non mi pareva sensato.
Per capirne di più mi sono letto tutte le recensioni uscite finora all'estero. Volevo, davvero, sinceramente, chiarirmi un dubbio: sono io che non capisco o sono gli altri che fingono di capire? Perché, appunto, io lo so di non essere competente di musica contemporanea/sperimentale/d’avanguardia (bisogna essere molto, molto cool per esserlo, e io non sono cool per niente). Capite, a me piace il pop leggero, e “Sentimental journey” di Ringo Starr è uno dei miei dischi preferiti di sempre. Mi piace anche Brian Eno, e mi piace il Battiato di “Fetus” e “Pollution”, e mi piacque molto l’impossibile “Jesus blood never failed me yet” (la prima versione, quella di Gavin Bryars su Obscure nel 1975); ma non per questo mi picco di capirne di musica “difficile”, o “intelligente”.
Sarà che sono scemo, forse. Ma davvero non capisco come questo disco possa ricevere cinque stelle da “Uncut”, e quattro da “NME”, “Rolling Stone”, “Spin”, “Q” e “Mojo”. A meno che gli illustri, e di me ben più competenti, colleghi ne abbiano ricevuto una copia astutamente privata della traccia vocale.
Perché la “Plastic Ono Band” (sacrilegio! bestemmia!) messa insieme per l’occasione dalla Vedova Nera (che, nel frattempo, ha compiuto 76 anni: di andare in pensione non se ne parla, signora?) conta eccellenti musicisti, gente di nome nel giro del jazz e dell’improvvisazione - oddio, credo che sia gente di nome: perché io non li ho mai sentiti nominare, ma tutte le recensioni che ho letto scrivono che sono piuttosto noti. Che siano bravi però lo sento: ed è per questo che, più volte, specialmente - per dire - durante “Memory of footsteps”, che è la quarta traccia, e quindi l’ho ascoltata due volte, ho desiderato che il brano fosse uno strumentale e non fosse afflitto dalla voce di Yoko. La quale, riferisce con orgoglio filiale l’adorante Sean, “ha scritto 16 canzoni in sei giorni, e in particolare in uno solo pomeriggio di uno di quei giorni ne ha scritte e registrate sei”. Core de mamma, voleva far risparmiare al bimbo un po’ di spese di studio.
Vabbé, va’. Lasciamo stare.
Di questo album salvo due pezzi. “The sun is down!”, che ricorda un po’ Laurie Anderson, e nel quale Yoko almeno si limita a parlare e non prova a cantare, e la conclusiva “I’m alive”. Questa solo perché dura in tutto 22 secondi, e perché il testo è di quattro parole in tutto. Di “I’m alive”, che ha almeno il pregio di chiudere il disco e segnalarne l’attesissima fine, David Quantick di “Uncut” ha scritto: “E’ la cosa più commovente che abbia ascoltato da... uh, secoli”. Il che solleva inquietanti interrogativi sulla carriera di ascoltatore di Quantick: il quale, peraltro, è soprattutto un battutista e un autore di sketches televisivi - ah, vuoi vedere che quella è una spiritosaggine? Magari ci voleva prendere tutti per il cool...
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