«FARM - Dinosaur Jr.» la recensione di Rockol

Dinosaur Jr. - FARM - la recensione

Recensione del 08 lug 2009

La recensione

Non è J Mascis che si muove. E’ il mondo che gli gira intorno, ripassandogli davanti e concedendogli un altro giro di giostra. Da solista o con i Dinosaur Jr., con o senza gli altri membri originali della band (Lou Barlow e Patrick “Murph” Murphy, tornati da qualche anno al suo fianco), il rocker di Amherst non ha mai deviato di una virgola dal suo progetto artistico, se non per l’estemporaneo “Live at CBGB” acustico di tre anni fa: la ricerca del punto esatto di fusione tra melodia e distorsione, il rumore elevato a categoria estetica, l’angoscia esistenziale sublimata in forma di ariosa ballata elettrica. Dagli anni Ottanta, contemporaneo dei primi R.E.M., sventola orgoglioso la bandiera dell’indie rock americano. Nel frattempo è stato celebrato, dimenticato, emarginato, inopinatamente riscoperto. Il suo tragitto e i suoi tratti stilistici ricordano quelli di Bob Mould , non fosse che l’ex Husker Du s’è complicato la vita con certe paranoie esistenziali prima di perdersi dietro al wrestling, ai piatti da dj e a un’electro pop a volte imbarazzante. Mascis no: sempre cocciutamente fermo nelle sue convinzioni, sempre più bravo a manipolare la materia che conosce a perfezione. “Farm”, introdotto da una colorata copertina in stile science fiction/progressive anni Settanta e già salutato ovunque da recensioni entusiaste, è un “Beyond” parte seconda: due anni dopo la resurrezione, anzi, il piccolo dinosauro sfoggia muscoli guizzanti e denti più aguzzi che mai. Nessuna, nessunissima novità, of course: voce strascicata e “semiaddormentata” (così un recensore americano), distorsori a tutto pedale, grumi di chitarre sovraincise, lineari melodie pop immerse in un bagno acido di feedback. Il wall of sound, il muro del suono, nella sua versione post punk. Granitico, compatto come da programma: con piccole variazioni di ritmo e di stile, quanto basta a evitare la monotonia in un’ora abbondante di musica e di decibel ben oltre i limiti accettabili per uno dei nostri comitati civici di quartiere. Almeno tre i lampi, tre le sfuriate elettriche ad alto voltaggio che sfiorano o superano i sei, sette, otto minuti di durata. “Plans”, singolo naturale dell’album a dispetto del testo nichilista (e del fatto che la prima scelta è caduta su “Over it”), è un “mezzo tempo” energetico con un ritornello che si appiccica all’orecchio: già sentita, sicuro, ma assolutamente perfetta. Ancora meglio “Said the people”, un lento bluesato, stropicciato, attorcigliato su se stesso che omaggia una volta ancora uno dei totem di Mascis, il Neil Young in compagnia dei Crazy Horse e di album come “Tonight’s the night” e “Ragged glory”. E “I don’t wanna go there”, cascate di lava elettrica e assoli fiammeggianti a inseguirsi come gli uccelli di fuoco di Igor Stravinsky. Anche se Mascis non mira così in alto e qui e altrove (l’apocalittica “I want you to know”) evoca soprattutto Eddie Vedder ai tempi dei primi Pearl Jam. Basterebbero quei tre gioiellini, ma il resto tiene botta senza cedimenti. Aperta da un colpaccio di tom, “Pieces” è una partenza baldanzosa come si conviene, con quel suono melodico ma sporchissimo che contraddistingue tutto il disco. Poi “Your weather” sfodera un riff introduttivo quasi morriconiano, e “Over it” è più convulsa e strappata, con la chitarra sottoposta a dosi massicce di wah wah. “Friends”, che apre l’ipotetica facciata b del cd, è galoppante e arrembante, “Imagination blind”, che la chiude, tenebrosa e vagamente psichedelica (è uno dei due pezzi firmati Barlow). “There’s no here” e “See you”, una di fianco all’altra, compongono un bel contrasto dinamico: furibonda la prima, quieta e quasi intimista la seconda, con i suoi accordi sincopati e le corde arpeggiate. Il consiglio ovvio è: play it loud, suonatelo ad alto volume (e preparate i tappi per il prossimo tour italiano, annunciato per settembre): “Farm” è una dimostrazione convincente, quasi disarmante, di indomabile grinta, convinzione e rigore. Fare le stesse cose, e farle bene, non è necessariamente un limite o un difetto. Come mi ha spiegato anni fa un mucisita rock di tutt’altro genere: puoi chiamarla ripetitività, puoi chiamarlo stile.

(Alfredo Marziano)
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