«GRACE/WASTELANDS - Pete Doherty» la recensione di Rockol

Pete Doherty - GRACE/WASTELANDS - la recensione

Recensione del 13 mar 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Il primo album solista di Pete Doherty - disco che presumibilmente non avrà un successore per parecchio tempo se è vero che il nuovo disco dei Babyshambles è a buon punto e che per il futuro, come da lui affermato, si profila la reunion dei Libertines - lascia spiazzati.
Pete, o come recita la copertina Peter (grande strepito per quella “r” in più che probabilmente è solo un vezzo), avrebbe dovuto naturalmente estrarre dal cilindro, o meglio dal suo trilby hat, un prodotto che si differenziasse parecchio dal materiale offerto sia con i Libertines sia con i Babyshambles. E ha optato per la scelta più ovvia: un disco largamente acustico e semiacustico. All’album partecipano il produttore Stephen Street e Graham Coxon dei Blur. Certamente il lavoro piacerà ai suoi più ardenti fan, perché lui è sempre lui ed è ormai un personaggio unico e riconoscibilissimo, sia come musicista sia per via delle arcinote vicende personali; nondimeno ci sono luci e ombre. Più ombre che luci.
E’ palese che Pete, trent’anni tondi il 12 marzo, abbia una più che notevole, a volte sbalorditiva, facilità di composizione. Ma da un musicista alla prima prova solista è lecito aspettarso qualcosa di più.
Più si ascolta “Grace/Wastelands” e più ci si rende conto che le buone idee ci sono, solo che sono state abbandonate lì, mezze crude. Che abbia fatto apposta, per poter avere una scusa eccellente in caso di critiche? Possibile. Possibile che il maudit di Hexham, Northumberland, il quale si è anche tolto lo sfizio di riempire la grande e prestigiosa Royal Albert Hall di Londra, abbia concepito un simile ed astuto piano. Ma dubitiamo che vorrà mai confessarlo. Anche perché i dubbi, da sempre, alimentano il mito. E lui, il suo, se lo sta costruendo molto bene.
Resta il fatto che queste composizioni, che volano a media altezza, con qualche arrangiamento in più e –soprattutto- un po’ di buona volontà in più, avrebbero potuto librarsi con le aquile.
”Arcadie” è una ballata quieta, quasi bucolica, con chitarra acustica e batteria sommessa. “Last of the English roses”, primo singolo, ritrova il pop metropolitano del passato. “1939 returning” sa di primi anni Settanta, di “Hunky dory” di Bowie. Chapeau per “A little death around the eyes”, il brano –al quale ha partecipato il sodale Carl Barat- che più piace: pezzo sinuoso, affascinante, notturno, da vecchio club berlinese a tarda notte, una canzone splendidamente malata. La successiva “Salomé” è giocata sui chiaroscuri della composizione precedente, è se possibile ancor più intimista, solo che stavolta il trucco è svelato.
“I am the rain”: ballata piuttosto sonnacchiosa, che si anima solamente nelle ultime battute. Sapori da pianobar jazzato per “Sweet by and by”, con testo che sembra rimandare a Barat: “Was it so longo ago/When we first hit the road/I remember those earliest shows”. “Palace of bone” è una sorta di scampagnata nei campi infiniti dell’Americana, controbilanciata da vaghi echi Brit. “Sheepskin tearaway”, con la 39enne cantautrice scozzese Dot Allison, espone al contempo un songwriting molto rilassato ed idee esili. “Broken love song”: quanto Pete azzecca un buon ritornello, uno di quelli decisi e diretti come in questo caso, allora sì che le cose funzionano. Di nuovo atmosfere del primo Bowie per “New love grows on trees”, chiude “Lady, don’t fall backwards” il cui testo pare rievocare i ricordi dei giorni con la bella Kate.

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