«PISTOLA - Willy DeVille» la recensione di Rockol

Willy DeVille - PISTOLA - la recensione

Recensione del 05 feb 2008

La recensione

Tatuaggi e bandane, anelloni e collanine indiane, occhio torvo e sbuffi di sigaretta in faccia ai salutisti e agli americani ossessionati dalla guerra al fumo. Non ha mai avuto un’aria compiacente e raccomandabile, il vecchio caro Willy, e anche in questo suo nuovo disco tira, fin dal titolo, un’aria vagamente sinistra, minacciosa. Più fumo che arrosto, appunto: rovente come una pistola e come certe ragazze irresistibili che si incontrano per strada, ci spiega lui stesso, è la musica che contiene, e poi il signor DeVille è uno degli ultimi romantici rimasti in circolazione. Fate ascoltare a chiunque una ballatona strappacuore come “I remember the first time” e vedrete che capitolerà al primo ascolto. Difficile resistere, anche se un pezzo così Willy lo ho già cantato chissà quante volte, in omaggio ai santini di Ben E. King, di Doc Pomus e di Phil Spector che tiene stretti al corazón. A cinquantasettenne anni e dopo tanto peregrinare, l’ex ragazzo di strada newyorkese è tornato a vivere nella Grande Mela e oggi abita un mondo tutto suo, con una colonna sonora fatta di musica onirica, epica, d’altri tempi. Con la città riassettata da Bloomberg e raggelata dall’11 settembre, lui canta ancora di rose e señoritas, di una Spanish Harlem anni Cinquanta e di una Manhattan ancestrale popolata dai nativi pellerossa, prima che gli olandesi arrivassero fin lì per fondare la loro nuova Amsterdam (“The mountains of Manhattan”).Poi intona lodi a New Orleans, la sua seconda patria, al suo voodoo e al suo crogiolo imbastardito di razze, di musiche e stili, nell’ennesimo tributo ispirato dalla tragedia di Katrina (“The band played on”): tromba, trombone e clarinetto a far le veci di una marching band mentre Willy si racconta ubriaco al Mardi Gras e lamenta la città perduta che però “un giorno tornerà”.
Suono, intenzioni e punti di riferimento sono simili a quelli di “Crow Jane alley”, il predecessore di quattro anni fa, e identico è anche il coproduttore (e tastierista) John Philip Shenale, quel che ci vuole per mettere ordine e dare forma compiuta al caos creativo che sta in testa al gitano. Serrando i ranghi e affidandosi alla sezione ritmica di Elvis Costello (Pete Thomas alla batteria, Davey Faragher al basso) DeVille sferra altre coltellate rock&roll (“So so real”), un pigro, farraginoso funk in stile Crescent City (“Been there done that”), un paio di dark blues dall’aria pericolosa e malsana (“You got the world in your hands”, “I’m gonna do some thing the devil never did”) e altrettanti “talking” in cui sfodera una voce che arriva dallo stomaco, o forse da più in basso (“Stars that speak”, metafora della creazione artistica che vive di vita propria, è la storia più bella del disco). Maestro delle cover, anche stavolta non delude: invece di Hendrix e di Bryan Ferry sceglie il molto più oscuro Paul Siebel, cantautore della prima ora del Greenwich Village la cui “Louise” è però uno standard già affrontato da Leo Kottke, Linda Ronstadt e Bonnie Raitt. DeVille lo rinfresca con un’interpretazione impeccabile e un delizioso arrangiamento country a base di piano e pedal steel. Novità? Nessuna. E’ un cocciuto conservatore, DeVille, ma è uno a cui piace preservare il buono e ci azzecca quasi sempre proprio per questa sua volontà di non uscire dal recinto (un recinto ampio, che contiene tutta la grande musica americana dagli anni Cinquanta all’epoca del CBGB’s). Esagerato, quasi fumettistico nei modi e nell’aspetto (ma perché il cinema non se ne accorge?), quando si tratta di fare musica Willy è un campione di misura e di solido, affidabile professionismo, oltre che un cantante come pochi. Come quei suoi eroi di un tempo che fu, quando i Drifters e i gruppi doo wop dominavano le classifiche, scrivere canzoni pop era un’arte e i sogni di gloria non avevano ancora il sapore plastificato di American Idol.


(Alfredo Marziano)

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