«PULL THE PIN - Stereophonics» la recensione di Rockol

Stereophonics - PULL THE PIN - la recensione

Recensione del 07 nov 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

“Abbiamo scritto dieci canzoni in dieci giorni. Nel passato provavo sempre a fare qualcosa nel modo giusto, senza tralasciare il minimo dettaglio. Questa volta non avevo voglia di forzare nulla”. Così il leader e cantante degli Stereophonics Kelly Jones ha presentato alla stampa il nuovo album “Pull the pin”. Sincera voglia di spontaneità o fretta di finire il lavoro? Come spesso capita, anche in questo caso la verità sta probabilmente nel mezzo.
Il disco, registrato in Irlanda con l’ausilio del produttore Jim Lowe (Foo Fighters, Manic Street Preachers), arriva come sempre a due anni di distanza da quello precedente. “Language.Sex.Violence.Other?” si presentò come un lavoro costruito su canzoni rock dirette e senza troppi fronzoli, un album discreto che non sollevò però grandi polveroni.
“Pull the pin” si sintonizza più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, alternando (come fatto recentemente anche dai Foo Fighters) episodi maggiormente veloci e rock’n’roll a malinconiche ballate dai toni introspettivi. Ed è proprio da queste ultime che giungono le notizie migliori. Si prenda ad esempio il singolo “It means nothing”, un brano ispirato dagli attacchi terroristici di Londra del luglio 2005: tipico “lento” in stile Stereophonics, con la calda voce di Kelly che elogia l’importanza di avere accanto una persona speciale e la conseguente paura di perderla (“The sun sets in the sky/ you’re the apple of my eye/ If the bomb goes off again/ blows my brain around the train/ And I hope that I’m with you/ ‘cause I wouldn’t know what to do/ It means nothing/ if I haven’t got you”). Da segnalare anche l’acustica e delicata “Bright red star” e “Drowning”, uno splendido brano elettrico dalla partenza soffice e dal finale carico di rabbia e chitarre.
Dai brani più “heavy” arrivano invece le note stonate. Niente di inascoltabile, per carità, ma sembra proprio che in questo caso la band gallese abbia svolto il compitino, giusto quello sforzo per arrivare alla sufficienza e così l’iniziale frase di Jones si rivolta contro di lui. Si ascoltino “Soldiers make good targets”, “Pass the buck”, “I could lose ya”, “Crush”, canzoni veloci, dai riff taglienti, alle quali manca però quella particolarità a cui la band ci aveva abituato in passato, specialmente in un album stupendo come “Performance and cocktail”.
Insomma “Pull the pin” non eccelle. Vi sono alcuni spunti degni di nota, ma dagli Sterephonics è lecito aspettarsi qualcosa in più. Per usare una frase odiata da tutti gli studenti: il gruppo ha le capacità, ma non si applica.

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