«SOUL DISGUISE - Cesar Rosas» la recensione di Rockol

Cesar Rosas - SOUL DISGUISE - la recensione

Recensione del 30 mar 1999

La recensione

Si chiamava "roots rock" quella falange del nostro genere preferito che, verso la seconda metà degli anni Ottanta, proliferava negli Stati Uniti provenendo direttamente da East Los Angeles, una periferia pericolosa "bonificata" dall'avvento di un paio di grandi formazioni: i Blasters e i Los Lobos. Questi ultimi recuperavano in chiave elettrica e fifities tutta la loro tradizione messicana e, epopea de "La Bamba" a parte, divennero al contempo una delle migliori party band degli ultimi tempi (insieme ai Fabulous Thunderbirds) e l'espressione migliore del cal-mex di qualità. Loro co-leader era Cesar Rosas, qui al debutto solista ed in totale controllo delle sue radici, recentemente smarrite in eccessi di contaminazione e sperimentazione e ora nuovamente una cosa sola con la sua chitarra.
Una delle prime osservazioni che viene naturale a chi ascolta - e a chi conosce bene gli elementi che formavano la magia dei Los Lobos - è la differenza che "Soul disguise" presenta rispetto alla recente proposta dell'altra anima del gruppo, David Hidalgo, che con i suoi Latin Playboys ha preferito esplorare soluzioni sonore sconosciute all'impatto losangeleno che lo ha reso celebre: laddove Hidalgo è leggero e sperimentale, Rosas è diretto come un pugno. Il suo suono è limpido e semplice dall'inizio alla fine e i suoi strumentisti assecondano il passaggio dal folklore al rhythm and blues con estrema disinvoltura: dalla radio song "Little Heaven", che apre l'album, alla strapaesana "Angelino"; dall'omaggio a Ike Turner con "You've got to lose" alla strepitosa "Shack and shambles", è la voce cristallina e credibile di Rosas a tenere unite le maglie del disco.
Mai veri innovatori, ai Los Lobos - ed a Rosas in particolare - va però riconosciuta un'estrema confidenza con tutti gli spettri del suono e l'indiscussa abilità nel rendere ai loro lavori quella qualità da bar e da garage così ricercata e abusata nelle intenzioni, ma raramente centrata in studio. Ebbene, per farsene un'idea precisa in questo caso è sufficiente suonare un paio di volte di seguito la title track (e correre davanti allo specchio per fare un assolo di chitarra e ballare): è la nostra preferita insieme al Chicago blues di "Tough to handle" e al mex-blues di "Treat me right".
La produzione di Rosas è asciutta e impeccabile; e noi, prendendo spunto dalle note di copertina, vorremmo unirci ai sentiti ringraziamenti inviati dall'artista alla Gibson ed alla Fender: saranno tutti orgogliosi dell'utilizzo fattone dal vecchio Cesar.

Tracklist:

Little Heaven
You've got to lose
Tough to handle
Angelito
Struck
Shack and shambles
Better way
Soul disguise
Treat me right
Adios mi vida
Racing the moon
E. Los ballad #13
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