«SHOCK VALUE - Timbaland» la recensione di Rockol

Timbaland - SHOCK VALUE - la recensione

Recensione del 27 apr 2007 a cura di Luca Bernini

La recensione

La solitudine di Re Mida Timbaland si avverte solo nella foto di copertina e nei due/tre primi piani che arricchiscono il booklet interno al cd, altrimenti occupato esclusivamente (come è giusto che sia, nel suo caso) da ciclopiche note di produzione. Per il resto l’album è una monumentale foto dall’alto del regno di Re Mida Timbaland, un regno talmente esteso da potergli far dire, come già il sovrano Carlo V, che su esso non tramonta mai il sole. Al suo secondo album solista (la prima era del 1998) Timbaland segue la strada già tracciata in passato da Quincy Jones (il Re Mida degli anni ’80) e confeziona un lavoro corale nel quale c’è spazio per tutti quelli che hanno lavorato con lui e per quanti ci vogliano provare. Dai suoi collaboratori più vicini (Magoo, Missy Elliott, Nelly Furtado, Justin Timberlake) ai vari Money, 50 Cent, Dr. Dre, fino ad arrivare ai più improbabili eppure superpresenti She Wants Revenge, Fall Out Boy, The Hives, Elton John, l’album da spazio a tutti e tutti consacra al talento di Timbaland, in grado, come uno stilista, di trovare per ognuno il look sonoro giusto, la ritmica azzeccata, il campione ipnotico, il beat in grado di far muovere il culo. E’ talento puro, “Shock value”, un talento che a tratti confonde e spaventa per la straordinaria lucidità (e semplicità) con cui è applicato, e per l’efficacia con cui assolve al suo compito. Sentite il singolo “Give it to me”, con i featuring di Nelly Furtado e Justin Timberlake, e ve ne renderete conto voi stessi. Le frasi di Nelly, il modo stesso in cui è stata ripresa e processata la sua voce, la rendono conturbante come non mai, quasi che Timbaland le avesse cucito addosso l’abito migliore, anche solo per le poche righe di una strofa. E tutto l’album è così, con una partenza più black e, a poco a poco, delle derive prima più rockeggianti e poi più pop. Al centro di tutto c’è lui, Timbaland, ben attento a celebrarsi sin dall’inizio dell’album con “Oh Timbaland” e a ripetere – e a far ripetere - il suo nome assai spesso alll’interno dei solchi dell’album. Autopubblicità? Timbaland non ne ha bisogno. Diciamo piuttosto carattere, e consapevolezza, alla pari del migliore stilista (e due), che il suo nome è una griffe. E fuori dal suo disco si paga cara.

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