«KINGDOM COME - Jay-Z» la recensione di Rockol

Jay-Z - KINGDOM COME - la recensione

Recensione del 26 gen 2007 a cura di Lisa Molinari

La recensione

Potenza a dir poco titanica dell’Hip Hop tra la fine degli anni ’90 e i primi del terzo millennio, dopo il concitato ritmo di produzione di un album ogni 12 mesi per 8 anni consecutivi, nel 2003 Jay-Z aveva comunicato al mondo la decisione di abbandonare il microfono e dedicarsi esclusivamente all’attività di neo-dirigente dell’etichetta Def Jam. Smaltita l’abbuffata di responsabilità e di successo, da buon workaholic – come si definiscono negli USA coloro che reagiscono all’assenza dal lavoro con crisi d’astinenza - Mr. Shawn Carter ha sentito l’irrefrenabile esigenza di tornare sotto i riflettori e mettersi ancora una volta in gioco come artista, incidendo l’album “Kingdom come”. Non a caso nel pezzo dall’eloquente titolo “30 something” il rapper si sente in dovere di spiegare che i trentenni di oggi sono come i ventenni di ieri, ragion per cui ha deciso di rinunciare allo status di rapper in pensione anticipata e regalare ai fan nuovi ritmi e rime.
L’artista si mostra in forma effettivamente smagliante nel singolo d’esordio “Show me what you got”, dove il suo abile flusso verbale gode dell’ottimo sostegno di una produzione firmata Just Blaze, che per l’occasione mescola i campionamenti di due classici dell’Hip Hop – “Rump shaker” dei Wreckx-n-Effect e “Show’em whatcha got” dei Public Enemy – con il chiaro intento di proporre un nuovo pezzo da collezione. Ma se il genio di Hova e dei suoi collaboratori brilla in tracce come “Kingdom come” e “Trouble” non sempre il risultato è garantito e, anzi, si disperde in accoppiate improbabili come quella con Chris Martin dei Coldplay in “Beach chair” né riesce ad essere incisivo come previsto nel duo con la fidanzata e collega Beyoncé in “Hollywood”.
L’impressione è che la grinta di Jay-Z sia ancora quella degli esordi, ma non così pure l’ispirazione: vita di strada, critiche e sfide lasciano di rado spazio a rime più mature non solo dal punto di vista tecnico ma anche contenutistico; persino un argomento forte come il disastro di New Orleans nel brano “Minority report” manca di incisività nonostante lo stesso artista nella vita privata abbia manifestato un profondo coinvolgimento nella causa della ricostruzione, donando un milione di dollari. Poco spazio, poi, è riservato ai nuovi talenti del beat: per la produzione Jigga si affida a una squadra più che testata nelle classifiche mondiali, formata da Dr. Dre, Kanye West, Neptunes, Swizz Beatz e il già citato Just Blaze.
Lo stile, in sintesi, è quello consueto, senza però la freschezza degli esordi: da buon marketing man, Jay-Z garantisce la qualità del prodotto ma non la memorabilità di questo suo ritorno.

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