«LIGHT GRENADES - Incubus» la recensione di Rockol

Incubus - LIGHT GRENADES - la recensione

Recensione del 17 dic 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Per recensire il nuovo disco degli Incubus si potrebbe partire da ciò che Rockol scrisse più o meno due anni fa, a proposito di “A crow left of the murder”, precedente disco della band americana. Non si tratta di cattiva volontà, ma semplicemente del fatto che poco è cambiato da allora. Gli Incubus sono un mistero, si diceva al tempo: hanno alle spalle uno dei produttori più bravi d'America (Brendan O' Brien, quello di Pearl Jam e dell'ultimo Springsteen); fanno una musica rock, ma molto piacevole, e melodica, con l'ausilio di una spruzzata di elettronica che fa molto “cool”; sembrano sempre sul punto di esplodere, e ogni volta si dice che la sia volta buona.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole di questa band: sono passati due anni, e gli Incubus rimangono in larga parte una promessa mancata, sia artisticamente che a livello di success. Due anni fa “A crow left of the murder” non è stato il disco dell'esplosione, come si pensava: è arrivato sì al secondo posto della classifica americana, ma fuori dagli Stati Uniti gli Incubus rimangono poco conosciuti. E, a questo punto, è difficile pensare che il successo internazionale possa arrivare adesso, con questo “Light grenades”. Che per la cronaca, è il primo disco della band ad arrivare al primo posto delle classifiche statunitensi, ma con la metà delle copie che aveva venduto “A crow left of the murder” nella prima settimana.
“Light grenades” non è un brutto disco, anzi: semplicemente è molto simile a tutti gli altri. Insiste un po' di più sul lato melodico della band, che ricorda certe ballate un po' funkeggianti dei Red Hot Chili Peppers (come il singolo “Anna Molly”, o come “Dig”) e poi ci mette in mezzo qualche schitarrata e qualche urlo, come in “A kiss to send us off”, che alterna vuoti e pieni nella miglior tradizione del rock del dopo Seattle. Il problema degli Incubus è sempre lo stesso: bravini, anzi decisamente bravi. Ma troppo puliti, nei suoni e nell'immagine (guardate la faccia di Brandon Boyd, il cantante, sul retro del CD...) per essere ascoltati e vissuti come dei veri rocker, sopratutto con quel nome che promette sfracelli e invece non c'entra nulla con la loro musica.
Insomma, al sesto disco di studio, si può avere la ragionevole certezza che gli Incubus hanno una serie di limiti che sembrano essere scritti nel loro DNA, e che difficilmente riusciranno a superare pur con dischi pregevoli, ma non esaltanti, come questo.

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