«JARVIS - Jarvis Cocker» la recensione di Rockol

Jarvis Cocker - JARVIS - la recensione

Recensione del 21 dic 2006 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Certe volte le cose migliori stanno nel fondo, sotto ad una montagna di oggetti discreti. Si scava, si scava e alla fine ecco la tanto ricercata bellezza. Ad esempio può capitare nel mondo affettivo dove, dopo alcune formative esperienze, può capitare di conoscere “quella giusta”. Succede nel calderone dei CD in super-offerta ai grandi magazzini, nei quali, sommersi da centinaia di dischi, sul fondo è possibile trovare delle vere e proprie perle.
Accade una cosa simile anche in “Jarvis”, il primo disco solista di Jarvis Cocker, leader dei Pulp, una delle formazioni britanniche più rappresentative degli anni Novanta, in pausa dal 2001. In realtà in questo periodo Jarvo non è rimasto con le mani in mano: ha scritto tre brani per la colonna sonora del quarto episodio cinematografico di "Harry Potter", ha fondato il progetto electro-clash Relaxed Muscle con Richard Hawley e si è dedicato a diverse collaborazioni, da ultima quella con la chanteuse francese Charlotte Gainsbourg per la quale ha scritto i testi di alcuni brani del suo primo disco.
Si diceva che anche in “Jarvis” la parte più intensa e contaminata dalla bellezza sta, un po’ inspiegabilmente, nel fondo. E’ proprio lì che vengono relegati due capolavori come “Quantum theory” e la ghost track (dopo 20 minuti di silenzio) “Running the world”. La prima è una canzone intensa e delicata, dominata da chitarra acustica, violini sognanti e le uniche parole di speranza presenti nel disco (“Somewhere gravity can not reach us anymore, somewhere we’re not alone” e il ripetuto finale “Everything is gonna be alright”); la ghost track, già scelta come primo singolo on-line e per la colonna sonora del film “I figli degli uomini”, sorprende il silenzio con un piano in sottofondo per poi accelerare verso un pop-rock dominato dalla voce suadente di Jarvo ed un testo scagliato contro la società (“Well did you hear there's a natural order? Those most deserving will end up with the most that the cream cannot help but always rise up to the top. Well I say, shit floats!”).
Il resto dell’album? E’ sicuramente discreto, ma fatica a raggiungere i livelli di queste due perle. Il sound svaria dai Pulp (ovviamente) agli Smiths, accarezza il glam e il pop, passando anche per un inaspettato e coinvolgente indie-rock (“Fat children”): a differenza dell’ultimo lavoro con i Pulp (“We love life” del 2001), l’esordio solista di Jarvis è un lavoro più cupo, impegnato, disilluso, di un artista (nonché marito e padre) inquietato dalla società moderna, dalle corporazioni e dai bambini grassi (“Fat children took my life”).
Insomma Jarvis Cocker è uno che sa scrivere fior di canzoni e lo dimostra ancora una volta con un album che, pur non essendo totalmente memorabile, lascerà sicuramente un paio di cicatrici nel cuore. E poi chi lo sa Jarvo, forse…“Everything’s gonna be alright”.

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