«DEA - Mau Mau» la recensione di Rockol

Mau Mau - DEA - la recensione

Recensione del 05 apr 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Tropicalismo piemontese” è come i Mau Mau definiscono il loro ritorno sulle scene dopo 5 anni. E’ una definizione facile, perfetta per un comunicato stampa, ma assolutamente calzante per la musica di questo gruppo che da Torino guarda al mondo.
Erano in pausa, i Mau Mau: “Dea” è il primo disco di inediti da “Safari Beach” del 2000, a cui era seguito il live “Marasma general” e poi una periodo in cui Luca Morino, Fabio Barovero e Bienvenu Nsongan si sono dedicati a progetti paralleli.
Oggi come allora, i Mau Mau sono la faccia creativa della globalizazzione: fortemente radicati nel locale (hanno iniziato cantando in piemontese, oggi ormai confinato a “Can arabià”) ma si sono sempre metticiati con i ritmi del mondo. Questo disco, per esempio, è nato per larga parte in Brasile, e lo si nota fin dalla copertina, che rappresenta un pappagallo amazzonico. Certo, il tropicalismo di Caetano Veloso & co. è un’altra cosa, ma la grande lezione di Barovero e Morino sta nel saper coniugare i ritmi e i temi del sud America con la melodia e la forma canzone italiana. Da questo punto di vista, “Mia macchina mercedes” o “Souvenir de tulum” sono piccoli gioelli.
Piccoli gioielli non solo musicali, con il loro multiculturalismo musicale, ma anche lirici: come suggerisce il titolo del disco, “Dea” è in parte un omaggio alla figura femminile, in parte un ragionamento sulle contraddizione della società contemporanea, delle divisioni tra nord e sud del mondo o più semplicemente dei problemi italiani (proprio in “Souvenir de Tulum” si parla della tendenza dei potenti a “farsi le leggi su misura”: parleranno dell’Italia o del mondo?).
Insomma, il rischio era che i Mau Mau tornaressero in un mondo musicale che non è quello in cui hanno esordito, quello che guardava soprattutto alla musica dialettale. Invece, oggi più che allora c’è bisogno della loro musica e delle loro intuizioni per dimostrare che la globalizzazione non è solo quella che rende ancora più poveri i poveri, ma anche una possibilità di interscambio culturale, che questo disco rappresenta alla perfezione.

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