«ON AN ISLAND - David Gilmour» la recensione di Rockol

David Gilmour - ON AN ISLAND - la recensione

Recensione del 24 feb 2006

La recensione

Non lo scopriamo certo oggi, ma quanto non s’assomigliano Waters e Gilmour, lo yin e lo yang dei Pink Floyd dei tempi d’oro. Uno guerresco e l’altro pacifico, uno utopista/idealista e l’altro la concretezza fatta persona, uno dedito all’esplorazione dei fondali dell’inconscio, l’altro tutt’al più di quelli marini. Come in questo album, il terzo da solista in quasi trent’anni di carriera discografica, ispirato già nel titolo agli idilliaci panorami mediterranei della Grecia, dove il multimilionario cantante e chitarrista ha una delle sue dimore. Un disco “acquatico”, sommesso e contemplativo, ma non ci si aspettino spezie esotiche e aromi etnici, moussaka e danze di Zorba: Gilmour resta “British” al 100 per cento anche quando è in vacanza; per incidere ama rifugiarsi nei luoghi che lo fanno sentire più a suo agio (casa sua, il meraviglioso studio galleggiante Astoria sulle rive del Tamigi, gli Abbey Road di “The piper” e “Dark side”), circondato dai soliti amici. I quali, dopo l’introduttiva “Castellorizon” – una vera e propria ouverture, che espone i diversi temi musicali del disco con qualche esplicita autocitazione (rieccole, le campane di “The division bell”!) – arrivano in massa, in una impressionante “who’s who” del rock britannico anni ’60 e ’70: Rick Wright (ingaggiato anche per il tour…), Robert Wyatt, Phil Manzanera (coproduttore con Gilmour e Chris Thomas), Georgie Fame, Jools Holland, persino Crosby & Nash. Gli ultimi due mettono le loro inossidabili armonie al servizio della title track, la più clamorosamente pinkfloydiana di tutte e dieci le selezioni: una “Shine on you crazy diamond” più sognante e meno toccante, a cui i due americani aggiungono il clima di loro dischi antichi come “Wind on the water”, tanto per restare sul tema marino assai caro anche a capitan Crosby. Una chicca per i floydiani di ferro che già non lo sapessero: su “On an island”, e nel pezzo successivo, spunta a sorpresa la chitarra di Bob Klose, il nativo di Cambridge che suonò con Waters, Wright, Mason e Barrett ai tempi giurassici dei Tea Set, prima che gli altri cambiassero nome e diventassero la “new sensation” della Londra underground (come ricorda Nick Mason nella autobiografia “Inside out”, Klose si era rifatto vivo dopo trent’anni nel backstage di uno dei concerti dell’ottobre 1994 alla Earls Court di Londra). Sulla title track si spande anche l’Hammond inconfondibile di Wright, che in coppia col vecchio sodale canta “The blue”, timbri caldi e sognanti alla “Us and them”: l’organo, in questo caso, è suonato da un altro reduce di lusso, il Chris Stainton della band di Joe Cocker del tempo che fu. Lì e in parecchie altre occasioni Gilmour si affida per i testi alla penna dalla bella moglie Polly Samson (anche al pianoforte), spesso incline a osservazioni naturalistiche piuttosto didascaliche che ogni tanto strabordano anche nella musica. Soprattutto nei due strumentali, “Red sky at night” (Gilmour inedito al sassofono) e “Then I close my eyes”, nonostante la bella apertura rustica sulle note della Weissenborn di BJ Cole e l’espressivo assolo di cornetta di Wyatt: piacevoli, ma sull’orlo della pura tappezzeria musicale. “Take a breath” è l’unico rock deciso in scaletta, bell’assolo (in tutto il disco David ci dà dentro con la Fender), passo marziale, accenni prog e il bel riff insistente del violoncello di Caroline Dale. Ma è meglio “This heaven”, dove il pigro ritmo “shuffle” e l’organo di Fame sono una macchina del tempo che riporta indietro verso qualche glorioso club anni ’60 tipo Marquee o Speakeasy (c’è anche un campione di percussioni curiosamente preso in prestito da un disco di Jack Johnson). “Smile”, l’unico pezzo già edito (sul dvd “David Gilmour in concert”, 2002), ha una grazia démodé che fa venire in mente Charlie Chaplin che danza: e sarà magari solo perché porta il titolo della sua più celebre e struggente canzone. Il movimentato pop sinfonico di “A pocketful of stones” fa pieno uso dell’orchestra diretta ad Abbey Road dal polacco Zbigniew Preisner e delle sonorità ancestrali delle “armoniche di vetro” di Alasdair Malloy (un bel tipo che suona bicchieri di vino a varia accordatura e ciottoli vetrosi manovrati con un aggeggio a pedali di sua costruzione). Mentre il finale di “Where we start” è minimale, sullo stile di certi momenti del concerto del 2002 alla Royal Festival Hall e delle ballate più placide di “Meddle” e “Obscured by clouds”. I pinkfloydiani non avranno di che lamentarsi, e in fondo questo è un disco complessivamente più sentito e più centrato di “The division bell”, ultima opera pinkfloydiana realizzata sotto il suo timone. Cosa manca? La follia, i nervi e le visioni di Waters, come a Roger mancano la disciplina, il gusto per la misura e la sapienza musicale di David. Yin e yang, e non è solo colpa nostra se torniamo sempre su un tema così stantio: sono stati loro a rinfrescarci la memoria, quella sera del luglio 2005 ad Hyde Park.

(Alfredo Marziano)
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