«FIGURINE - Donatella Rettore» la recensione di Rockol

Donatella Rettore - FIGURINE - la recensione

Recensione del 27 ott 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Non è una donna morbida, Rettore. Il fatto che negli anni abbia chiesto – e ottenuto – di farsi chiamare per cognome ne dimostra il desiderio di essere costantemente contro: anticonformista per natura e non per comodità, un fatto raro (storicamente, e soprattutto di questi tempi).
Non è una accomodante, Rettore. È una che piace o non piace. Una che non ha paura di litigare e di dire chiaro quel che pensa. Anzi di cantarlo. Come in quest’album, che ha impiegato 11 anni per venire alla luce (“E’ che lavorare con i discografici è sempre più difficile”, ha spiegato lei). Anni in cui Rettore è cresciuta, diventando una donna sempre più matura; si è sposata, in chiesa e in bianco, con l’unico uomo che abbia mai amato (che è anche quello con cui scrive le canzoni: Claudio Rego), anticonformista anche in questo.
E ora si racconta. In “Figurine”, titolo dell’album ma anche di un brano, ovviamente centrale in questo lavoro. “Figurine” siamo tutti noi: “belle statuine” “in un mondo pieno di iene” in cui c’è tanto “sonno, sete, e fame”. Mentre lei, Rettore, si sente “Leonessa”, una belva feroce che però s’innamora del suo domatore – salvo mangiargli il braccio, alla fine. Una belva, Rettore, che assomiglia tanto a certi mostri delle fiabe: sembrano cattivi e in realtà hanno un cuore d’oro, solo vederlo è difficile. Una belva che ricorda un po’ anche Jessica Rabbit, ve la ricordate? “Non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Una belva col cuore grande, che vien fuori in canzoni come “Quanto t’amo”: la cantava in francese Johnny Hallyday, il testo italiano l’ha riscritto Bruno Lauzi – nel 1969, e Rettore, a distanza di 35 anni, lo eredita con disinvoltura.
Si sente battere forte, questo cuore. Anche in “Ricordami”, canzone d’amore e coraggio; o in “Konkiglia”, sull’impossibilità di avere sempre quello che si desidera e soprattutto sulla capacità di accettare i propri limiti e la propria diversità (“Mi dispiaci ma mi piaci, ti vorrei loquace e taci”… e ancora: “Mi dispiaci ma mi piaci, voglio solo amici froci”). In buona sostanza in questo disco Rettore fa il punto della situazione. Canta come una professionista - lo è sempre stata - e allo stesso tempo si mette a nudo personalmente, in un momento in cui nessuno ha più voglia di farlo. Confida sogni intimi ma non dimentica cosa succede nel mondo, fuori. Non cerca facili consensi, ma parla di sé con franchezza. Roba rara. Roba ben fatta. E per la gioia dei nostalgici rilegge, in coda al disco, tre suoi grandi successi: “Di notte specialmente”, portata a Sanremo nel ’94, e soprattutto “Kobra” e “Splendido splendente”, qui in una curiosa versione dance che non è davvero niente male. Brava, Rettore, che qui scopre un po’ il fianco: e mostra l’anima di Donatella.



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