«QUEEN ROCKS - Queen» la recensione di Rockol

Queen - QUEEN ROCKS - la recensione

Recensione del 14 dic 1997

La recensione

Tanto per cominciare, Natale è Natale, e non sia mai che mentre escono idee-regalo di rock funebre da ogni parte (raccolta John Lennon, tributo a Diana, cofanetto Doors... chi è il vostro estinto più caro?) il ricordo struggente di Freddie Mercury venga trascurato. Ecco quindi che ci viene proposta la raccolta Queen Rocks: 18 brani con un inedito e mezzo. Il mezzo inedito è un remake di "I can't live with you", che venne incluso in "Innuendo" in una versione più arzigogolata, meno diretta di questa targata 1997. L'inedito vero invece è "No-one but you", brano commemorativo scritto da Brian May in memoria di Freddie: "Credo che non capiremo mai perché tu ci abbia lasciati; era tutto previsto? Soltanto i buoni muoiono giovani, perché volano troppo vicini al sole, e adesso il mondo va avanti senza di te..." Curiosamente, evocato lo spettro, il resto del disco sembra quasi essere un tentativo di minimizzare la rilevanza di Mercury nell'economia del gruppo. I 18 brani della compilation propongono i Queen come gruppo hard-rock (etichetta che effettivamente corrisponde a una delle loro sfaccettature, quella incarnata da May e dal batterista Roger Taylor). Un solo pezzo, la vecchissima “Seven seas of Rhye” (da Queen II) è firmato da Freddie, pochi altri sono firmati dall'intero gruppo, e quindi si spera anche da lui. Il resto invece è un susseguirsi di canzoni tiratissime, da “We will rock you”, che apre programmaticamente la raccolta, a “Tie your mother down”, “Hammer to fall”, “I'm in love with my car”, “Headlong” e “Sheer heart attack”. Insomma, manca il tocco melodico inimitabile che il cantante e pianista infondeva alla musica del gruppo. "We will rock you" che non sfocia in "We are the champions" sa un po' di una mutilazione, quasi che i tre Queen superstiti avessero voluto esprimere con questa raccolta il senso di mutilazione da loro provato alla morte del grande istrione. Qualche maligno (noi no! noi no!) potrebbe pensare, ascoltando il fragore delle bordate chitarristiche di Brian May, uno dei chitarristi più ammirati dai giovani virtuosi dell'heavy metal, che le tre "reginette" abbiano voluto suggerire, chetatesi le acque della mitizzazione di Freddy, che in fin dei conti "c'erano anche loro", e che i Queen non erano solo "Who wants to live forever" o "Somebody to love", ma anche "Fat bottomed girls", "I want it all" e "Now I'm here". Il disco alla fine sta in piedi piuttosto bene, anche se rimane destinato a chi ha scoperto i Queen tardi e si è munito della raccolte precedenti, quelle più intrise del genio pop di Mercury, il cui zucchero si mescolava al sale di May, producendo alchimie uniche come in "Bohemian Rhapsody", che è uno dei pezzi che ad esempio non compaiono in “Queen Rocks”, forse perché si trattava di un rock "impuro": che però è esattamente il tipo di miscela che ha fatto la fortuna del gruppo.
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