«BRINGING DOWN THE HORSE - Wallflowers» la recensione di Rockol

Wallflowers - BRINGING DOWN THE HORSE - la recensione

Recensione del 21 mag 1996

La recensione

Rock'n'roll onesto e allegro, ballate intense e ben costruite, testi che coprono tutta la gamma delle sensazioni umane: con il loro secondo disco, "Bringing down the horse", i Wallflowers celebrano il proprio trionfo.
"Il gruppo è molto soddisfatto di questo lavoro," diceva il leader del quintetto, Jakob Dylan; "dal nostro primo album sono passati tre anni, e stavolta abbiamo cercato di fare qualcosa di un po' diverso, qualcosa di un po' più avanzato." Quel "primo album" non era un disco di debutto qualsiasi. Pubblicato nel 1992, "The Wallflowers" ottenne rapidamente molti consensi: "Rolling Stone", scrivendo che "la sensibilità radicale di questo album, in un'epoca di MIDI, lo fa apparire quasi classico nella sua integrità, questa è musica che ci si addice, ed ha una saggezza superiore a quella che ci si aspetterebbe dall'età dei componenti della formazione", lo recensì con tre stellette e mezza; e anche "Musician" celebrò "l'ottimo debutto di una vera rock'n'roll band".
Con le sue canzoni poeticamente suggestive, con la sua forza che già esplode fin dal primo ingresso della Telecaster, "Bringing down the horse" si basa sullo schema di una strumentazione classica. Dylan è alla chitarra ritmica, Michael Ward alla solista, Mario Calire alla batteria e Greg Richling al basso, mentre l'asso delle tastiere Rami Jaffee si divide tra Hammond B3 e pianoforte, così i Wallflowers trasmettono la forza compatta di un gruppo vero e proprio. Illustri ospiti quali Michael Penn, Sam Phillips, Adam Duritz dei Counting Crows, Gary Louris dei Jayhawks, Don Heffington (ex Lone Justice) e Mike Campbell, il collaboratore di Tom Petty, forniscono il loro importante contributo al disco. Con la produzione di T-Bone Burnett, vecchio amico di Dylan, la scelta delle canzoni è varia e intelligente, e il disco, registrato nel corso di sette mesi, è straordinario. "Nel nostro primo disco, sostanzialmente ci eravamo limitati a scattare un'istantanea sonora del gruppo che eseguiva le canzoni, dice Jakob Dylan; "Stavolta T-Bone ci ha molto aiutati a strutturare arrangiamenti che aggiungessero profondità e dinamica ai brani".
Dalla sublime chitarra di "6th Avenue heartache" alla tessitura fra organo e dobro di "One headlight" alla pressante ritmica di "The difference", e con l'appassionata vocalità di Dylan, il disco regala ascolti convincenti e soddisfacenti. La dolce "Josephine" ha come contraltare l'incalzante "God don't make lonely girls", mentre per "Invisible city" Jakob confeziona uno dei suoi testi migliori; il veterano di Nashville Leo LeBlanc arricchisce con la sua pedal steel guitar "I wish I felt nothing" (una specie di "sesto membro" del gruppo, LeBlanc è scomparso poco dopo il termine delle registrazioni del disco, che a lui è dedicato). "Three marlenas", dolceamaro omaggio a un desperado in cerca di riposo, fornisce nel testo un altro bell'esempio di poesia, e in "Josephine" la voce di Jakob suona tenera e limpida come mai prima.

TRACKLIST

01. One headlight
02. 6th Ave heartache
03. Bleeders
04. Three marlenas
05. The difference
06. Invisible city
07. Laughing out loud
08. Josephine
09. God don't make lonely girls
10. Angel on my bike
11. I wish I felt nothing
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