«THE NORTH STAR GRASSMAN AND THE RAVENS - Sandy Denny» la recensione di Rockol

Sandy Denny - THE NORTH STAR GRASSMAN AND THE RAVENS - la recensione

Recensione del 05 giu 2005

La recensione

John Martyn, Richard Thompson, Sandy Denny…Chissà perché non sono circondati da un culto paragonabile a quello di un Nick Drake, conterraneo, contemporaneo e sintonizzato più o meno sulle stesse lunghezze d’onda. Per Martyn e Thompson la risposta può essere semplice e brutale: perché, fortunatamente, sono ancora vivi e in eccellente salute artistica (“Ora che sono morto mi guadagno finalmente da vivere” cantava quest’ultimo una quindicina d’anni fa in una canzoncina allo humour nero regalatagli da John French, ex batterista della Magic Band di Captain Beefheart). Ma Sandy? Era anche lei un purosangue della fantastica scuderia anni ’70 di Joe Boyd, talent scout dalla vista lunga e l’orecchio fino. Cantautrice cresciuta sulle seggiole dei folk club londinesi e, come Nick, fiore sgargiante votato all’appassimento precoce (tra sbornie alcoliche e sentimentali, insicurezze abissali e montagne russe emotive, la biografia della Denny è accidentata e tormentata come quella di Janis Joplin e si conclude nello stesso tragico modo: a 31 appena, in fondo ad una scala a chiocciola, una mattina dell’aprile 1978). E allora? Certo Sandy non era timida e introversa come Drake, arruffato e perso nei suoi pensieri. Chiassosa, anzi, ed esuberante, capace di governare con piglio deciso e modi mascolini i musicisti di cui si circondava (i Fairport Convention al culmine dello splendore, quindi i Fotheringay e poi ancora i Fairport nella formazione che includeva il marito Trevor Lucas): ma pur sempre donna in un mondo fondamentalmente misogino. E poi nessuna agenzia pubblicitaria, finora, si è accorta di lei come è accaduto qualche anno fa per “Pink moon”, assurta a improvvisa e inopinata popolarità dopo essere finita in uno spot Tv della Volkswagen. I suoi dischi non hanno mai venduto molto: ma ci fu un tempo, nei primi anni ’70, in cui la Denny vinceva a mani basse i “poll” del Melody Maker come miglior cantante femminile, e la sua voce era un fiore all’occhiello ricercato da produttori di musical (la prima versione teatrale di “Tommy”) e rock star da copertina (memorabile il duetto con Robert Plant per “The battle of evermore”, sul quarto disco dei Led Zeppelin).
Speriamo che prima o poi venga fatta giustizia… Intanto c’è modo di rinfrescarsi la memoria con le ristampe dei suoi quattro album solisti, pubblicati tra il 1971 e il 1977 e riproposti dalla Universal in edizione rimasterizzata davvero scintillante (la nitidezza dello spettro sonoro e la precisione nella separazione dei canali riportano in luce dettagli strumentali che personalmente non ricordavo) con il piacevole contorno di bonus track e nuove note di copertina a firma dello specialista David Suff, compilatore qualche mese fa del bellissimo cofanetto “A boxful of treasures”. Forzato a selezionarne uno, scelgo il primo, malgrado i maggiori consensi vadano tradizionalmente al successivo e più rifinito “Sandy”. Persino coloro che furono coinvolti nella sua realizzazione, Boyd in testa, parlarono di “The north star grassman and the ravens” come di una specie di occasione mancata, un colpo sicuro che sfiora il bersaglio invece di centrarlo in pieno. Sarà anche vero. Ma ascoltate l’apertura solenne, drammatica e a pieni polmoni di “Late november”, quadro autunnale dipinto a pennellate violente di pianoforte e chitarre elettriche, e ditemi se davvero non sentite qualcosa di magico in questa musica: a cominciare dalla voce di Sandy, “pura e semplice, senza un accenno di vibrato”, come ebbe a dire una volta Pete Townshend, a dispetto degli stravizi e delle mille sigarette. C’è dentro il suono denso dei suoi Fotheringay, la band dalla vita di farfalla che aveva abbozzato una prima versione del pezzo, qui inclusa tra i bonus, per il suo secondo disco abortito. E c’è la chitarra inconfondibile del succitato Richard Thompson, coproduttore, con Sandy stessa e l’ingegnere del suono John Wood, di “un disco senza produttori”: i tre si limitano ad aprire le dighe lasciando che la musica scorra. “The north star” è di conseguenza il disco meno “pop” della Denny solista e il più vicino alle sue radici folk rock, anche se di tradizionali riarrangiati qui ce n’è uno solo, il celebre “Blackwaterside” (con Thompson a modulare sulla Stratocaster e sulla fisarmonica ipnotici suoni da cornamusa). Il resto gira a ruota libera, e da qui le critiche di chi ne mise in risalto la presunta disomogeneità. C’è l’ineludibile Dylan, di cui la Denny si dichiarava “maniaca”, in una rockeggiante versione stile Band di “Down in the flood” (lo Zimmerman preferito dell’accolita Fairport è sempre stato quello “garage” e stropicciato dei “Basement tapes”). C’è il ricordo d’adolescenza di “Let’s jump the broomstick”, rock&roll che Brenda Lee portò nelle classifiche inglesi nel marzo del 1961 (altre cover tra le extra track: “Walking the floor over you”, inno honky tonk anni ’40 di Ernest Tubb, e “Losing game” dei Flying Burrito Brothers). Ci sono le ballate marziali e tenebrose (“John the gun”, “Wretched Wilbur”), quelle ispirate alle amarezze della vita (la malinconicissima, stupenda, “Next time around”, incorniciata dagli archi di Harry Robinson, pare sia ispirata alla sfortunata storia d’amore col cantautore americano e “loser” per eccellenza Jackson C. Frank), quelle in cui la voce di Sandy sembra un aliante o un gabbiano che vola ad ali spiegate tra cieli limpidi e tempeste (“The sea captain”, la canzone che dà il titolo al disco). Negli album successivi (“Sandy”, “Like an old fashioned waltz”, “Rendezvous”), ognuno scandito da alti e bassi come il temperamento umorale di Sandy imponeva, ne arriveranno tanti altri, di momenti magici: “The lady”, “Quiet joys of brotherhood”, “Solo”, “No end”, “I’m a dreamer”, “Take me away”…. Ma questo primo capitolo condensa tutta la storia: “un capolavoro imperfetto”, dice bene Suff, come tutta la vita artistica dell’indimenticabile Sandy.

(Alfredo Marziano)
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