«LIVE AT CHASTAIN PARK - James Brown» la recensione di Rockol

James Brown - LIVE AT CHASTAIN PARK - la recensione

Recensione del 03 apr 2005

La recensione

I dischi dal vivo imprescindibili del Padrino del Soul (imprescindibili per tutti, non solo per i cultori di musica afroamericana) sono, naturalmente, i due leggendari live registrati a cinque anni di distanza all’Apollo Theater di Harlem, New York: quello del 1962 (edizione originale su etichetta King, 1963) e quello del 1967 (uscito l’anno successivo, sempre per la King: da qualche tempo disponibile anche come doppio Cd nella serie De Luxe Edition della Universal). Ma anche quello che abbiamo tra le mani in questo momento, pur molto meno rilevante per contenuti musicali, ha un suo significato simbolico e una sua storia alle spalle: fotografa una delle innumerevoli rinascite del Signor Dinamite, gatto selvatico e rissoso dalle sette vite che tante volte si è rialzato in piedi dopo essere crollato a terra, proprio come in quelle pantomime da palcoscenico che lo hanno reso celebre fin dai primi anni di carriera.
Le note di copertina di questa edizione lo ricordano solo di straforo, ma siamo nel 1985 e mr. Brown sta ancora riscuotendo i crediti del suo memorabile cameo nel “Blues brothers” di John Belushi e Dan Aykroyd e del successo del singolo “Unity” con cui il rapper Afrika Bambaataa lo ha appena sdoganato presso la comunità hip hop (di lì a poco salirà di nuovo in classifica sullo slancio patriottico di “Living in America”, dalla colonna sonora di “Rocky IV”: ma il contrappasso è dietro l’angolo, con brutte storie di botte, droghe, carcere e pistole). Si aggiunga che l’incendiario performer della Georgia gioca praticamente in casa, ad Atlanta, e che è accompagnato da una band poderosa che mette in fila due chitarre, due batterie, una corista e un’ampia sezione fiati capitanata dal ruggente sax alto di Maceo Parker, gran protagonista dello show.
Come un boomerang, queste registrazioni tornano periodicamente sul piatto degli appassionati: sono le stesse, per dire, che condivano un “Live in concert” datato 1986 della Sugar Hill, un Charly del 1995 e infine un video di 60 minuti riversato recentemente su un Dvd edito in Italia da Cecchi Gori. Stavolta però vengono finalmente riproposte per intero, su due Cd, con una coda posticcia di sei (imbarazzanti) remix in chiave dance di alcuni celebri brani di repertorio: scelta sciagurata e diabolica, quest’ultima, consigliabile far finta di niente e premere per tempo il pulsante dello skip. Anche nella cura del prodotto si poteva probabilmente fare di meglio: il suono è un po’ distante e alquanto paludoso, stile bootleg, la sequenza si interrompe a volte in maniera innaturale e certi “sfumati” in coda ai brani sono fastidiosamente bruschi. Sull’altro piatto della bilancia bisogna mettere invece il valore documentaristico e la qualità complessiva della performance: a tratti vivace, scattante e robusta come ai tempi d’oro, a dispetto dell’enfasi debordante posta nelle ripetute e ripetitive presentazioni/introduzioni. Ma il Godfather of Soul ha ancora l’argento vivo addosso, titoli come “It’s too funky here” scuotono le budella sfoggiando anche un bel tocco swing, “Papa’s got a brand new bag”, “I got you (I feel good”)”, “Sex machine”, “Hot pants” e “Please, please, please” (una di seguito all’altra, nella parte finale del concerto) tirano a ritmi anfetaminici (c’è sotto qualcosa?) e “It’s a man’s man’s man’s world” commuove sempre, grazie anche alle sentite rievocazioni dei grandi della musica, antenati e contemporanei, a cui Mr. Dynamite rende generosamente omaggio. Poche, per fortuna, le concessioni alle sonorità anni ’80 (giusto il rap di “Super bad” e poco altro) o al pop che poco si adatta alle ruvide corde del vocalist (“Georgia on my mind” è un terreno minato per tutti). Detto questo, sapete a cosa andate incontro, pregi (musicali) e difetti (il resto): se siete collezionisti di JB non ve lo farete scappare, altrimenti è decisamente consigliabile rivolgersi altrove.
(Alfredo Marziano)
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