«TANK - Asian Dub Foundation» la recensione di Rockol

Asian Dub Foundation - TANK - la recensione

Recensione del 20 mar 2005 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Gli Asian Dub Foundation impersonificano alla perfezione la nuova generazione frutto del meltin pot tra le diverse culture. La formazione anglo-asiatica ha da sempre miscelato, in maniera molto oculata, i suoni all’avanguardia della scena musicale londinese con il bagaglio intellettuale, musicale e sonoro tradizionale dell’India. Insomma, aprirsi al nuovo senza dimenticare le proprie origini e tradizioni, un intruglio perfetto che i “soci” del collettivo britannico hanno messo in pratica all’interno della loro stessa formazione. Uno dei punti di forza degli ADF è stato infatti quello di avere un collettivo sempre aperto a entrate (ed anche uscite) di nuovi ospiti. Anche per questo disco il gruppo ha “acquistato” nuovi componenti quali il vocalist giamaicano Ghetto Priest (artista dell’etichetta On-U Sound, la cui voce ricorda davvero da vicino quella del conterraneo Horace Andy), Ben Watkins (membro dei Juno Reactor ed autore della colonna sonora della trilogia di “Matrix”), Adam Wren (ingegnere del suono dei Leftfield) e Mad Mike (membro dei Detroit Underground Resistance).
Per loro stessa definizione la loro arte è “musica per i piedi e per la testa”. Il loro scopo è quello di farvi ballare, ma allo stesso tempo anche pensare. E’ difficile, da parte del sottoscritto, non essere d’accordo con questa filosofia e soprattutto con l’uso della musica come strumento, oltre che di divertimento, di espressione delle proprie idee e di “rivolta” contro le malefatte del nostro tempo.
“Tank” giunge a due anni di distanza da un album ben fatto e ben accolto da pubblico e critica quale fu “Enemy of the enemy”, prendendosi sulle spalle il difficile compito di bissare il successo. Il disco rispecchia ancora una volta la “politica aziendale” intrapresa dagli ADF, con suoni veloci ed elettronici miscelati a suoni orientali e politica (questo lo si può evincere anche dal titolo). Sostanzialmente l’album si può scindere in due parti quantitativamente difformi: una molto ampia dedicata in modo principale all’elettronica, ed un’altra più pacata e riflessiva, in sostanza più orientale. Nella prima i suoni sono molto vicini al drum’n’bass, suoni nei quali la velocità e la tensione si pongono in primo piano, agitati in sottofondo dalle immancabili sonorità d’Oriente e dagli sfoghi vocali rappati degli MC Spex e Aktar. In questa “zona” si possono incontrare brani come “Flyover”, “Tank”, “Round up”, “Oil”, “Powerlines”, “Who runs the place”e “Take back the power”; praticamente i primi otto brani del disco eccezion fatta per “Hope”. Dopo questa lunga e vigorosa sfuriata, “Tank” necessita di recuperare le energie e calmarsi con brani come il trip-hop indiano di “Warring dhol” (simile alla già citata “Hope”), il reggae di “Tomorrow begins today” (cantata dal giamaicano Ghetto Priest) e la strumentale “Melody 7” (tratta da alcune melodie con le quale gli ADF hanno musicato un lungometraggio del 1965 censurato in Francia, intitolato “La battaglia di Algeri”).
Come già anticipato in precedenza, i testi sono al solito intrisi di rivolta e di politica a partire da “Oil”, la quale critica aspramente gli interessi economici ruotanti attorno al petrolio, proseguendo con “Take back the power”, un invito diretto ai dittatori del mondo a tenere a bada il loro potere, “Warring Dhol” un’analisi della situazione sociale in paesi come Bangladesh e Pakistan e “Round up” che mette in guardia contro la guerra con una frase che non dà adito a repliche: “When you hear the marchin’ drum, you know your time soon come” (“Quando senti il marciare dei tamburi, sappi che la tua ora arriverà presto”).
In definitiva “Tank” è davvero un ottimo album. Sicuramente non ha rinnovato moltissimo il sound degli ADF (diciamo che lo ha accelerato un po’), ma ancora una volta il collettivo londinese è riuscito a rendere la musica ballabile e allo stesso tempo intrisa di concetti e verità politiche. E in un periodo i cui davvero in pochi hanno il coraggio di urlare la verità, questo non è affatto poco.

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