«SPLENDORE TERRORE - Moltheni» la recensione di Rockol

Moltheni - SPLENDORE TERRORE - la recensione

Recensione del 02 feb 2005 a cura di Luca Bernini

La recensione

Moltheni era sparito. Scomparso il suo mentore e produttore storico Francesco Virlinzi, rotto il contratto discografico con la BMG, che con lui aveva tentato la carta Sanremo Giovani nel 2001 e ne aveva pubblicato il secondo album senza eccessivi entusiasmi, Umberto Giardini in arte Moltheni sembrava essersi perso nella classica routine del musicista talentoso e poco compreso.
L’amicizia/ammirazione – ricambiata – nei confronti dei Verdena lo aveva portato per un periodo alla corte della band dei fratelli Ferrari, e a quella dell’etichetta materna Jestrai, che a molti era sembrata la più accreditata a proseguire il lavoro discografico sull’artista marchigiano. Dei Verdena in quel periodo Moltheni sperimentava anche certe contiguità a livello stilistico, proponendo una musica fortemente influenzata dallo psycho-rock della band di Albino. Poi, per un periodo di quasi due anni, più niente - solo un cameo, fugace e splendido, nel film di Franco Battiato “Del perduto amor” - fino a un nuovo album, il suo terzo, che mette in mostra un nuovo sorprendente cambiamento. Dimenticate il Moltheni “alla Consoli” degli esordi, e anche quello più sonico e rock del secondo album. Qui c’è tutt’altro. Canzoni scarne, essenziali, inquietanti e tristi. Suoni pochi, sospesi negli echi di un wurlitzer (Pietro Canali degli Arcastella) e di una batteria silenziosa (Vittoria Burattini, già nei Massimo Volume), la sua voce ossessiva, lamentosa, eppure così istericamente dolce ed esplosiva. Accanto, qualche chitarra e un pianoforte, quando serve. E poi visioni notturne. Storie di amore, solitudine, paranoia e morte. “Splendore terrore” è il titolo giusto per un album così. È un disco che scintilla per il terrore e la grazia malata che sprigiona, per melodie che nascono e muoiono avviluppate su se stesse, regalando soltanto in pochi attimi (“Suprema”) la propria leggerezza a chi ascolta. Moltheni è lontano anni luce dalle spiagge sanremesi abitate solo 5 anni fa, e anzi, vira consapevolmente su una rotta che presuppone solitudine, valore e condivisione tra pochi. Tutto bene, se non fosse che sembra esserci qualcosa di autoinflitto, in questo disco, ai confini con l’autolesionismo, quasi una sorta di gusto perverso a chiudersi in un angolo dal quale farsi ascoltare. Precluso l’accesso ad atmosfere più solari e vitali, Moltheni assomiglia sempre più a un Cristo intenzionato a farsi crocifiggere. L’intervento di un produttore, forse, avrebbe potuto aiutarlo a fare un disco in parte diverso, che potesse tirarlo fuori da quelle che in alcuni momenti assomigliano più a sabbie mobili che a nuovi lidi. Purtroppo però – e qui il discorso si fa più generale – la tendenza all’autarchia tutta italica che abita in lui come in molti suoi colleghi, lo porta alla fine ad essere l’arbitro unico e finale delle sue scelte. Il risultato è un disco che potrà appassionare solo i suoi fan più incalliti e difficilmente gli porterà nuovo pubblico. Contento lui contenti tutti, si dirà, ma rimane un po’ di amarezza nel vedere un talento sprecare le sue possibilità in questo modo.

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