«THE GRIND DATE - De La Soul» la recensione di Rockol

De La Soul - THE GRIND DATE - la recensione

Recensione del 24 nov 2004 a cura di Ercole Gentile

La recensione

L’hip-hop è dovunque. E’ evidente da tempo come questo genere musicale proveniente dagli States abbia invaso il nostro mondo: le emittenti radiofoniche commerciali sono state conquistate, una rete televisiva nazionale ha dedicato un intero programma a questa nuova generazione figlia dello street-style americano e i dance-club, nei quali si balla la musica hip-hop, proliferano come funghi.
Nulla in contrario, ma una semplice constatazione. All’interno delle nuove produzioni è però sempre più difficile trovare musica di alta qualità abbinata a testi di un certo contenuto, cosa che fin dagli esordi caratterizzò il rap. Chi non segue da vicino questo settore musicale potrebbe essere portato a credere che l’hip-hop sia solo quello odierno, quello (tanto per intenderci) in grado di parlare esclusivamente di tette, limousine, catene d’oro e soldi a palate.
Per fortuna le cose non stanno così e proprio in questo periodo il vero rap sembra voglia prendersi la rivincita e tornare a brillare, guardando sì al passato, ma in modo costruttivo e intelligente. Il primo esempio è stato sicuramente “To the 5 borroughs”, ultimo lavoro dei Beastie Boys, forse uno degli migliori album mai realizzati dal trio newyorkese. Ed un’ottima seconda dimostrazione è anche il nuovo disco dei De La Soul. Dopo un paio di lavori nei quali Pos, Mase e Dave non si sono presentati all’altezza dei loro grandi capolavori quali “3 Feet High and rising” e “Stake is high”, ecco che il trio di Long Island (anche loro newyorkesi come i Beastie Boys) ritorna con un nuovo disco di alto livello.
“The grind date” è un grande lavoro rap, ultimo tassello di una trilogia iniziata con “Mosaic Thump” e proseguita con “Bionix”, e primo album inciso per la Sanctuary Records, dopo la separazione dall’etichetta Tommy Boy. Il disco riprende a suonare in quel modo che i De La Soul conoscono bene e che ultimamente avevano un po’ tralasciato: basi non troppo sofisticate ma di pregiatissima fattura, testi che arrivano diretti all’obiettivo, parole oneste che raramente cadono nella volgarità, pur trattando anche temi ben più impegnativi rispetto a sesso e denaro. Si può definire un ritorno al passato, oppure si può semplicemente definire un ritorno dei De La Soul alla musica rap delle origini, una musica che ha lasciato da parte l’aspetto commerciale della vicenda per concentrarsi maggiormente sulla sostanza artistica: ascoltate come dimostrazione il brano d’apertura “The future” (con uno splendido coro in stile soul a fare da sottofondo) oppure “Much more” con la partecipazione di Yummy.
Non bisogna, però, esser tratti in inganno: “The grind date” non è solo un disco che guarda con ingegnosità al passato, ma è un album che ha saputo rinverdire il rap con la quale il trio iniziò la propria carriera, senza chiudersi alle innovazioni della musica moderna. E’ infatti evidente in alcuni episodi del nuovo capitolo discografico il richiamo al sound più moderno e ballabile, già portato alla ribalta da personaggi come Outkast, Jay-Z e cLOUDDEAD, in particolar modo nei brani “The grind date”, “Shopping bags” e “Rock.Co.Kane Flow”.
Un’altra freccia a favore dei De La Soul va scagliata per la qualità degli ospiti che hanno contribuito alla realizzazione di questa nuova opera del trio di Long Island: da Ghostface (“He comes”) a Carl Thomas (“It’s like that”), da Flavor Flav dei Public Enemy (“Come on down”), a Common (“Days of our lives”). Per l’edizione europea è inclusa, inoltre, una bonus track nella quale il giamaicano Sean Paul presta la sua ragga voice ad un brano dedicato soprattutto al circuito mainstream e alle dancehall (“Shoomp”).
Insomma, il bisogno di dischi come “The grind date”, dischi che hanno veramente qualcosa da dire, di alto spessore, si sente eccome. C’è invece molta meno necessità di tutta la “patacca” di hip-hop commerciale propinata giornalmente da radio e televisioni, che alla lunga (come forse già accade) potrebbe anche danneggiare i veri dischi come questo.
E se poi la qualità di questo lavoro viene certificata da un certo Spike Lee (è sua la voce che introduce il brano “Church”), ci sarà pure un motivo.

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