«OUCH - Raf» la recensione di Rockol

Raf - OUCH - la recensione

Recensione del 09 mag 2004 a cura di Paola Maraone

La recensione

“Ouch” nei fumetti è l’esclamazione improvvisa di chi si fa male sbattendo contro qualcosa, schiacciandosi un dito, inciampando.
“Ouch” è anche il nuovo disco di Raf, che a vent’anni dagli esordi s’impegna a cercare soluzioni ancora inedite. Ancora inattese. Impresa difficile per uno come lui, che ha all’epoca del crollo del Muro ha catturato in poche strofe lo spirito di un decennio (“Cosa resterà degli anni ‘80”) e che, praticamente da ragazzino, era stato capace di trasformare “Self control” da oscuro brano dance (inciso per un’etichetta francese) a successo planetario - c’è chi lo balla ancora oggi.
Essere all’altezza della sua fama è difficile anche per Raf. Di qui lo sforzo di comporre e produrre un album sulla carta inattaccabile: qualche collaborazione giusta (con Filippo Gatti in “Il senso delle cose”, con Mario Venuti e Kaballa in “Estate in città”) arrangiamenti curati, un occhio strizzato al brit rock (“Superstiti”: ma è una passione antica, e quindi autentica, quella di Raf per Londra). E poi il tentativo di abbracciare un arco amplissimo di suoni e stili, dal romantico pianoforte di “In tutti i miei giorni” al funky di “Milioni di cose che non ti ho detto”, dal racconto-canzone di “Il prestigiatore” alle chitarre&percussioni di “Aria da niente” alla capacità di impatto di “Ouch”, studiata per essere forte e coinvolgente, dagli inserti elettronici di “Mi fermo qui” alla batteria elettronica di “Nessuno”, che rimanda al passato più remoto di Raf.
Lo sforzo è lodevole, da premiare. La scrittura raffinata, le scelte meditate. Ci sono momenti (“Mi fermo qui”, ma soprattutto “Il prestigiatore”) davvero felici, e una personale inclinazione dell’ascoltatore nei confronti di Raf può influenzare ancora più positivamente il giudizio. Non sono banali i testi, che parlano di amore, amanti, inquietudini metropolitane e disagi cosmici con grande garbo, delicatezza e – assieme – efficacia. La sensazione, però, è che i “fulmini a ciel sereno” promessi dal titolo siano meno di quanti se ne potrebbero sperare. Insomma: che Raf sia come “imbrigliato”, forse un po’ teso, non spontaneo e vulcanico come – lo sappiamo – è capace di essere. Chiusura di questa recensione democristiana ma sincera: “Ouch” resta un bell’ascolto, superiore alla media delle uscite di questo periodo.

OUCH Pop Raf
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