«MUSICA LEGGERA - Pacifico» la recensione di Rockol

Pacifico - MUSICA LEGGERA - la recensione

Recensione del 17 mar 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci vuole del coraggio per intitolare un disco “Musica leggera”. Perché su questa definizione da tempo dibattono e litigano appassionati, giornalisti e studiosi. C’è chi la accetta senza pensarci, chi la ritiene riduttiva, chi ingiusta e frutto di pregiudizi. C’è anche chi diceva “E’ solo musica leggera, ma la dobbiamo cantare”.
Lui, Pacifico, l’esordiente più premiato d’Italia (il disco eponimo di esordio del 2001 aveva ottenuto numerosi riconoscimenti), ha scelta questa definizione per la sua seconda uscita, anticipata dalla partecipazione a Sanremo con “Solo un sogno”. Per la cronaca, la sua è stata una presenza sfortunata: i suoi passaggi non hanno certo reso giustizia alla canzone, canzone bella, ma molto difficile.
“Ah questa musica leggera, come l’aria quando torna primavera! Se qualcuno tocca va di bocca in bocca la canzone sciocca”, canta Pacifico nella title-track: questa è la sua filosofia, un omaggio alla leggerezza come valore, non come difetto, quello che spesso si imputa alla musica che si ritiene priva di contenuti.
Viene in mente Italo Calvino, che nelle bellissime “Lezioni americane” (le conferenze che doveva tenere ad Harvard, scritte poco prima di morire e pubblicate postume da Garzanti), parlava di “leggerezza della pensosità”, contrapposta ad una “leggerezza della frivolezza”. Ecco, la musica di Pacifico è pensosamente leggera, mai frivola. Canzoni delicate, sospese tra strumenti acustici e coloriture elettroniche, frutto di ragionamenti e non di stupidità. Una musica quasi eterea, in certi momenti, come in “Cent’anni almeno” o “Io e il mio cane”, per poi diventare improvvisamente giocosa (“King Kong”). Pacifico si muove sempre sul filo di questi estremi, confezionando canzoni che sono spesso piccoli gioielli di minimalismo “leggero”. Sentitevi la title track, o la perla “A poche ore” (impreziosita dalla presenza di Ivano Fossati, proprio colui che cantava “E’ solo musica leggera, ma la dobbiamo cantare”: sarà un caso?): sono esempi di quella contaminazione tra cantautorato e modernità, un filone ampiamente battuto all’estero, ma largamente ignorato in Italia, se si eccettua qualche cantante della scuola romana (dai Tiromancino in là).
Per parafrasare il titolo di una canzone del disco precedente, il fulcro dell'album, sono "le sue parole", nel bene e nel male. Parole che giocano quasi spesso con la rima baciata, ma questa è la sua poetica: può piacere, o può infastidire (e, in effetti, in certi momenti queste rime suonano anche un po’ leziose).
Detto questo, “Musica leggera” è un riuscito tentativo di rendere piacevole ma non banale un genere e una definizione tanto abusati. “E’ solo musica leggera, ma la dobbiamo cantare”, per l’appunto.

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