«EDUCATED GUESS - Ani DiFranco» la recensione di Rockol

Ani DiFranco - EDUCATED GUESS - la recensione

Recensione del 15 feb 2004 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

La self made woman per eccellenza (non è l’unica, nel mercato del pop, ma è lei che ha creato un “caso” e un modello di comportamento) ha fatto un altro passo oltre: registrandosi, producendosi e mixandosi tutto il nuovo disco da sola. In “Educated guess” c’è soltanto lei: voce chitarra e poco altro incisi a casa su un vecchio otto piste analogico. Sembrerebbe un ritorno alle origini, ma lo è solo fino ad un certo punto: nei primi dischi del suo già abbondante catalogo sarebbe inutile cercare la complessità musicale e testuale, le sfumature di timbri e tonalità di queste sue nuove canzoni. Col tempo, Ani è diventata una musicista stilisticamente incontenibile dentro i confini punk folk degli inizi (e questo è un bene). Anche se a volte sembra aver smarrito, o magari ripudiato, quella comunicativa franca e diretta che la caratterizzava agli esordi (e questo magari è meno bene): convinta probabilmente del fatto che il suo pubblico è cresciuto con lei e ha la pazienza di ascoltarla anche quando non prende la strada più diretta per arrivare dal punto A al punto B. Così, pur essendo un album a bassissimo costo, acustico e solitario, “Educated guess” non butta via niente del recente passato. C’è tutto il percorso precedente, compreso quell’ibrido idioma tra funk, jazz e poesia beatnik coltivato con passione negli ultimi dischi e tournées, ritmi e inflessioni che scavano anche dentro queste nuove canzoni secche e scheletriche: li si ritrova nelle sovraincisioni vocali e nelle sovrapposizioni armoniche della canzone che intitola il disco, nelle dissonanze di “Bodily” e “Swim”, nel ritmo schioccadita di “Bliss like this”. Musica e parole, come sempre, viaggiano a braccetto e con pari dignità, nella poesia in movimento della DiFranco (trovate le traduzioni su http://www.nasco.it/ani). E qui ci sono anche intermezzi di “spoken word”, brevi parlati accompagnati talvolta da un lieve sottofondo strumentale: “Platforms”, “The true story of what was” e “Grand Canyon” dove il recitato si appoggia su un ipnotico riff blues appena accennato (“Amo il mio paese”, dichiara Ani, ma aggiunge che i suoi eroi sono quelle persone “che nel corso della storia hanno combattuto il governo per ottenere giustizia”). Le sorti della sua nazione, gli Stati Uniti d’America, sono sempre in cima ai suoi pensieri, accanto all’amore (sempre complesso e tormentato), all’accettazione di sé (“Swim”), alle difficoltà dei rapporti tra i sessi (“Gli uomini sono degli origami delicati che hanno bisogno di una donna che li schiuda, ma io sono stanca di essere la tua salvatrice”, canta in “Origami”). E l’America che vede Ani è un posto truce, una “potenza imperialista brutale”, geograficamente isolata e “infestata da milionari” (“Animal”, il pezzo più “politico” dell’album, è una confessione di stupore, incazzatura e spiazzamento). Così, persino quando il ritmo la voce in arrampicata libera sul pentagramma ricordano la divina Joni Mitchell (“Raincheck”), è sempre chiaro che Ani arriva da un altro posto: lei non ha mai vissuto a Laurel Canyon e si è messa subito per strada con un paio di stivali comprati ad Astor Place (“prima che New York finisse nelle mani degli uomini in giacca e cravatta”, racconta nell’introduttiva “Platforms”).
La Di Franco di una volta picchiettava le corde della sua chitarra-tamburo; oggi invece ritmo e melodie si aggrovigliano in matasse sonore non sempre facili da sbrogliare. Resta un esempio da seguire, un’artista di feroce determinazione e inesauribile energia. Ma personalmente ho qualche nostalgia per i tempi di “Dilate” e di “Out of range”, quando il suo impeto e il suo idealismo si incanalavano in canzoni di impatto diretto, intrise di elettricità anche quando a suonarle era (come qui) solo una chitarra acustica. Qualcosa di simile succede in fondo al disco con “Bubble”, una bolla di impetuosità rock che strappa le corde allo strumento. Ma altrove il viaggio è più faticoso. Vale la pena di provarci comunque. Ma certo a chi la scopre oggi non consiglieremmo di partire da qui.

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