«GET BORN - Jet» la recensione di Rockol

Jet - GET BORN - la recensione

Recensione del 28 nov 2003

La recensione

L’EP di debutto dei quattro ragazzi di Melbourne si intitolava “Dirty sweet”, in omaggio ai T-Rex e al testo della loro canzone più famosa (“Get it on”). Il nome del gruppo è preso a prestito dall’omonimo hit anni ’70 dei Wings. E qualcuno ha subito fatto notare che la grafica di copertina di questo album ricorda inevitabilmente quella di “Revolver”.
Le nuove canzoni dei Jet, due fratelli, due chitarre, un basso e una batteria, non sono meno prodighe di citazioni. Il singolo di lancio, “Rollover d.j.”, suona vintage come gli Small Faces e alla moda come i White Stripes (nell’approccio, più che nello stile): un pezzo che sembra fatto apposta per scatenare i fan sotto il palco e rombare nei juke box, esistessero ancora da qualche parte. Le altre radici della band sono già state dissotterrate da numerosi giornalisti-segugi, quando non candidamente dichiarate dai diretti interessati: sicuramente il compatriota Angus Young (“Last chance” e “Cold hard bitch” pagano debito alle scariche ad alta tensione degli AC/DC), certamente gli Oasis (“Look what you’ve done” o “Come around again” proiettano l’ombra lunga di Noel Gallagher). Ma che dire delle pennate alla zio Pete (Townshend), dei riff alla Kinks, delle inflessioni vocali alla Rod Stewart, delle ballate strascicate e viziose alla Stones periodo “Sticky fingers”/”Exile”, dei ritmi modellati su stampo Tamla Motown? Tutto rigurgitato, naturalmente, secondo l’estetica e l’etica del momento, con gagliardo spirito garage e una sfacciataggine dettata dalla giovane età. “Are you gonna be my girl”, per dire, parte al ritmo di Martha and the Vandellas ma poi sfodera chitarre in saturazione e voce alla carta vetrata manco fossimo a Detroit con Iggy e gli Stooges. “Move on” ha un certo sapore a metà tra Roger Waters e il Jagger antico ma con un velo di Brit Pop; e anche gli sculettamenti alla Marc Bolan (“Lazy guy”) e le unghiate chitarristiche alla Mott The Hoople non sono esattamente carte carbone degli originali. “Get born” mescola i vecchi ingredienti senza tentare ricette bislacche alla Coral, non ha nessuna pretesa intellettualistica ed è un bel “party record”: rock and roll e ballate, pianoforte e chitarre, canzoni che parlano di puttane e di amori adolescenziali, di radio e di disc jockey. Titoli come “Guarda cosa hai fatto”, “Prendi o lascia”, “Procurati quello di cui hai bisogno” fanno capire che i quattro non sono di quelli che amano perdersi in giri di parole: però sanno scrivere (la ballata pianistica “Radio song” è molto bella) e sono capaci di far drizzare le orecchie (“Take it or leave it”: intro boogie, fragoroso riff di chitarra alla Link Wray). Il battesimo è stato celebrato con i padrini giusti, potremmo dire (e come i finti gemelli White, anche i fratelli Cester amano rendere omaggio all’epoca pionieristica del rock: in concerto suonano “That’s alright mama” di Elvis). Nulla si crea e nulla si distrugge, del resto: tanto meno nel rock in riflusso di inizio millennio. Per il New Musical Express (che lo scrive con intenti adulatori) la musica di “Get born” farebbe da colonna sonora perfetta ad uno spot per una gomma da masticare. Bubble gum music, come si diceva una volta? Sette-otto ascolti non bastano a togliergli il gusto. Di più, non sapremmo: ve lo diremo (o lo avrete verificato di persona) tra qualche settimana.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Last chance
02. Are you gonna be my girl
03. Rollover d.j.
04. Look what you’ve done
05. Get what you need
06. Move on
07. Radio song
08. Get me outta here
09. Cold hard bitch
10. Come around again
11. Take it or leave it
12. Lazy gun
13. Timothy
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