«MAGIC AND MEDICINE - Coral» la recensione di Rockol

Coral - MAGIC AND MEDICINE - la recensione

Recensione del 08 set 2003 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

I magazine musicali britannici ci hanno da tempo abituato al loro vizio/vezzo di scoprire nuove band da lanciare alla ribalta. Band che poi, in molti casi, vengono dimenticata poco dopo. Questo, però, non pare il caso dei Coral: un gruppetto di ragazzini (la cui età media è di diciannove anni) provenienti da una città sperduta della costa inglese (Hoylake, nel Merseyside) che, con il loro primo album, hanno dimostrato di essere ben più originali di tanti colleghi più adulti.
“The Coral”, il loro disco di debutto, conteneva una manciata di canzoni brillanti che mescolavano con nonchalance sonorità più disparate, a partire dall’amore per le grandi colonne sonore del cinema western. Certo, immaginarsi dei ragazzetti imberbi e perdipiù anglosassoni che cercano di imitare Morricone può non essere un gran invito all’ascolto, ma la miscela ottenuta dai Coral è risultata esplosiva.
Così, a solo un anno di distanza, i sei marmocchi si presentano con “Magic & medicine”: un lavoro registrato con più professionalità e con l’obbligo di bissare il successo raccolto in patria (qui in Italia sono ancora pressoché sconosciuti). I primi riscontri, da parte della volubile stampa inglese, sono stati positivi.
Il risultato è indiscutibilmente un CD più maturo, che porta i Coral verso una forma di canzone più meditata e, in molti casi, vicina alla “folk-song” di stampo britannico. I ragazzi non hanno perso quell’irruenza creativa che li portava a svisare continuamente di genere in genere; questa volta, però, il tutto viene tenuto sotto controllo per dare spazio a canzoni che catturano, ma non sempre stupiscono.
L’onore di aprire il disco va a “In the forest” che, con “Don’t think you’re the first”, completa una sorta di quadro riassuntivo di quanto prodotto precedentemente dalla band.
Il primo colpo di fulmine arriva con la splendida ballata “Liezah”, che narra le vicende di una ragazza che “Ha un solo desiderio / camminare sola nelle strade di ciotoli / andando ovunque tranne che a casa”.
“Talkin’ gypsy market blues”, “Secret kiss” e “Bill McCai” dimostrano che James Skelly non ha perso la voglia di raccontare storie di cowboy, cercatori d’oro e ragazze selvagge, mentre la struggente “Eskimo lament” e la romantica “Careless hands” confermano l’innata capacità di questi ragazzi di comporre con semplicità ed efficacia delle gran canzoni.
Certo, la loro giovinezza li porta a fare molti errori, che però vengono assorbiti dalla freschezza del prodotto. Purtroppo la sensazione che rimane in bocca è che la loro incombente maturità stia mettendo in secondo piano i toni ironici delle loro vecchie canzoni e, l’unica cosa che ci possiamo augurare, è (citando i Pali e Dispari) che il Signore ce li mantenga strani.

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