«STRAYS - Jane's Addiction» la recensione di Rockol

Jane's Addiction - STRAYS - la recensione

Recensione del 08 set 2003

La recensione

Quando “Ritual de lo habitual”, secondo e ultimo album dei Jane’s Addiction fino ad oggi, usciva nei negozi (1990), tante cose erano di là da venire, dentro e intorno all’America. Lasciamo stare l’11 settembre, Bin Laden, Monica Lewinsky e Saddam Hussein. Restiamo alla musica: il grunge doveva ancora esplodere per poi morire rapidamente di autocombustione, e così la sua anima e icona Kurt Cobain. I Red Hot Chili Peppers dovevano ancora pubblicare il disco-spartiacque “Bloodsugarsexmagik” e andare alla conquista delle arene di tutto il mondo. A sventolare la bandiera del rap bianco c’era l’artificioso Vanilla Ice, e non Eminem. Mentre Linkin Park, Slipknot e Staind portavano ancora i calzoni corti…. Oggi (chissà per quanto tempo….) il mondo è nelle loro mani, e anche un pioniere iconoclasta e visionario come Perry Farrell (l’inventore del Lollapalooza: lo show itinerante che ha riaperto le porte ad un certo modo di intendere i festival rock) ha il suo bel daffare a riappropriarsi degli spazi che ai tempi lasciò vacanti per eccesso di stress, di abusi chimici e di conflitti col resto del gruppo.
“Strays”, il disco che riprende il filo del discorso dopo ben 13 anni (non contiamo le raccolte di live, outtakes e inediti che seguirono, né l’estemporanea avventura dei Porno For Pyros), non ha per forza di cose lo stesso impatto di allora, quando i Jane’s Addiction e il loro carismatico leader erano dei precursori lucidi e allucinati, selvaggi e provocatori. Ma non predentelo come un limite troppo grosso, anzi. Certo, oggi, come molti hanno già sottolineato, sembrano essere rientrati nei ranghi anche loro: dopo i celebri scandali che accompagnarono le loro copertine precedenti, scelgono un’immagine anonima da mettere in vetrina (uno scatto in bianco e nero della band, su sfondo desertico e colorato); e ora che in giro c’è Marilyn Manson non sono certo la vocina viziosa e il look androgino di Farrell a destare scalpore. Sembrano anche contenti, tutto sommato, di starsene in mezzo al gruppo, e confezionano per questo ritorno un set compatto di canzoni anfetaminiche e feroci, ma anche abbastanza melodiche e stralunate da poter accontentare un po’ tutti, i giovani telespettatori di MTV come i neo-hippies che seguono la scena jam band – di cui il sopraccitato Lollapalooza è un precursore – e i surfer duri e tosti alla “Point break”, poco inclini al “fun fun fun” di Beach Boys e dintorni (Farrell stesso è un assiduo frequentatore della tavola e delle onde dell’oceano).
“Strays” snocciola così una raffica di riff elettrici e granitici, sparati a velocità “ipersonica” (come dice uno dei titoli) dalla chitarra di Dave Navarro, eroe musicale del disco: è lui, soprattutto, a deporre uno dopo l’altro i mattoncini di un “wall of sound” a cui fornisce la sua esperta mano il produttore Bob Ezrin, uno che ha prodotto Kiss e Alice Cooper (ma anche il “Berlin” di Lou Reed e il primo Peter Gabriel solista), e che dunque di rock magniloquente e decadente se ne intende. Jane’s Addiction che nuotano nel mainstream, quindi, anziché controcorrente e in risalita? Non proprio, perché il quartetto si muove agilmente tra i paletti di quel nu metal/funk/rock che ha contribuito a fondare aprendosi come d’abitudine a cambi di tempo inattesi, brevi parentesi liriche e sognanti, squarci in chiaroscuro e rapidi trip lisergici tra il rombante frastuono dei tamburi e degli strumenti a corda (la coppia ritmica Stephen Perkins-Chris Chaney sfoggia tutti i fondamentali del genere, e anche di più). C’è sempre (in “True nature”, in “The Riches”, in “Match the sun”, o nella eccellente title track) un momento in cui il massiccio muro sonoro si frantuma, polverizzandosi in schegge melodiche, pulviscolo psichedelico o fraseggio jazzato. “Wrong girl”, per esempio, ha il piglio funkeggiante dei cugini Peppers, ma groove e accordi ricordano piuttosto gli Zeppelin graffianti di “Presence” e “Physical graffiti”. Al versante pop/melodico di Kiedis, Flea e compagni (Navarro non li ha evidentemente dimenticati del tutto) si avvicina anche l’unica ballata della collezione, “Everybody’s friend”, impeccabile nell’arpeggio cristallino di chitarra acustica come nell’assolo elettrico e nella progressione ritmica.
Per farla breve: non tocca più a loro tirare la volata e far discutere i benpensanti. Ma Farrell e i suoi dimostrano che avevano buone ragioni per tornare (a differenza, ahimé, di tanti altri, Sex Pistols in testa): dalla loro hanno ancora un’intelligenza propositiva, uno spirito caustico e un’energia visionaria che tanti nipotini si sognano.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. True nature br>
02. Strays
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