«MY PRIVATE NATION - Train» la recensione di Rockol

Train - MY PRIVATE NATION - la recensione

Recensione del 29 lug 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Nell’affollato panorama del rock neo-tradizionalista bisogna fare posto ai Train, definitivamente. Il fortunato “Drops of jupiter” era un disco discreto, con una grande canzone, la title-track: certamente un buon biglietto da visita, ma non sufficiente a mettere la band di San Francisco al pari dei campioni del genere, band tipo i Counting Crows, per intenderci.
Ecco, questo “My private nation” è un disco di livello superiore al suo predecessore. Conserva la catteristica di avere un grande singolo, “Calling all angels”. Ma anche il resto del disco è di questo livello, con canzoni che pescano (e bene) a piene mani nella tradizione americana.
Si possono ipotizzare almeno due ragioni per questo “salto” in avanti dei Train. La prima è sicuramente il team che la band ha scelto per questo album: il disco è stato prodotto da Brendan O’Brien presso gli studi Southern Tracks di Atlanta. Ovvero con lo stesso produttore e lo stesso luogo nel quale è stato realizzato “The rising” di Springsteen. Per la cronaca, con il Boss i Train condividono anche il management di Jon Landau. Ma il punto è che la presenza di O’Brien ha sui Train lo stesso effetto che ha avuto sul Boss – con le dovute proporzioni. Ovvero una messa a fuoco dei suoni e degli arrangiamenti, una grande presenza della voce nell’impasto sonoro che valorizza il lavoro del cantante Pat Monahan.

La seconda ragione è che i Train, nello scegliere le 12 canzoni di questo disco, hanno insistito su ciò che loro riesce meglio, accantonando ciò che invece sta meno nelle loro corde. Ovvero, “My private nation” privilegia le canzoni mid-tempo o ballate basate sul pianoforte (e orchestrazioni), mettendo in secondo piano i tentativi non sempre fortunati di rock chitarristico. Tradotto ancora: nel disco ci sono diversi brani che seguono il modello di “Drops of jupiter” (la canzone), e con successo: oltre al già citato singolo, vanno ricordati “When I look at the sky” o “Your every colour” e “Lincoln Avenue”. Queste ultime due, in particolari rinnovano la collaborazione con Paul Buckmaster, orchestratore storico del primo Elton John e già autore delle parti di archi di “Drops of Jupiter”.
Insomma, i campioni di questo genere neo-tradizionalista rimangono i Counting Crows, che hanno alle loro spalle una carriera pressoché ineccepibile, da questo punto di vista. Ma se i Train continueranno a produrre dischi come questo “My private nation” potrebbero tranquillamente aspirare al titolo.

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