«TUTTI MORIMMO A STENTO - Fabrizio De André» la recensione di Rockol

Fabrizio De André - TUTTI MORIMMO A STENTO - la recensione

Recensione del 21 ago 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Che bello, quando gli album duravano 33 minuti e 51 secondi, e se ti andava bene non c‘era un istante di troppo, nessun bisogno di bonus track perché tutto era più che bonus, e qualche volta si arrivava a sfiorare l’optimus. Come nel caso di “Tutti morimmo a stento”, terzo 33 giri di Faber dopo l’antologia di singoli “Tutto Fabrizio De André” del ’66 e il “Volume I” del 1967: registrata nell’agosto del ’68, la “Cantata in si minore per solo, coro e orchestra” risulterà l’ellepi più venduto dell’anno (manco a farlo apposta, davanti al “Volume I”), mirabile esempio di come qualche volta qualità e massa, entrati anche accidentalmente in contatto, invece di causare un corto circuito producano energia (pulitissima) allo stato puro.


Della serie “Le recensioni impossibili”. Spiegare, o industriarsi a spiegare, o in qualche modo raccontare “Tutti morimmo a stento”, pensandoci bene, ha dell’impresa irrealizzabile: provateci voi a spiegare la ruota, le cascate di Iguaçu, la “foglia morta” di Mario Corso o le vocali di Mina. La formula, ebbe a dire a suo tempo De Andrè, è quella classica della cantata “in cui tutti i brani sono uniti tra loro da intermezzi sinfonici e hanno come minimo comune denominatore quello di essere nella stessa tonalità, e di trattare lo stesso argomento”, argomento rappresentato dall’emarginazione e dalla morte “psicologica, morale, mentale”.
E quando la cara voce profonda di Fabrizio, un Fabrizio appena ventottenne - “Ho licenziato Dio/gettato via un amore” - ruba la scena all’orchestra Philarmonia di Roma, davanti agli occhi prendono a scorrere ricordi e rimorsi e rimpianti: come potremo dire alle nostre madri che abbiamo paura? È il denso, fluente “Cantico dei drogati”, il cui testo fu composto insieme al poeta anarchico Riccardo Mannerini; morto suicida a Genova nell’80 - “cieco di rabbia”, come lo definì Mauro Macario, attore e figlio di tanto padre -, Mannerini (marinaio frigorista su pescherecci e mercantili) aveva scritto con Fabrizio un’altra pagina gloriosa del pop italiano, il primo e mai uguagliato album dei New Trolls “Senza orario, senza bandiera”, quello di “Ho veduto”, “Signore, io sono Irish”, “Ti ricordi, Joe?”.
Introdotta dal “Primo intermezzo”, dopo il maestoso “Cantico” arriva la musicalmente più consueta “Leggenda di Natale”, una “Canzone di Marinella” non proprio a lieto fine, dove però la Morte ha scelto di essere - si fa per dire - discreta, niente ossa per i cani della cronaca nera, ma soltanto arruffati capelli grigi e disinganno. Liberamente ispirata a “Le Père Noel et la petite fille”, una canzone del 1958 del Maestro per eccellenza di Fabrizio, Georges Brassens, la “Leggenda” offrirà a De Andrè l’opportunità di un furto con destrezza, un “misero” verso che in francese dirà qualcosa a qualcuno (“Il a mis les mains sur tes hanches”), ma in italiano dice tutto a tutti: “lui pose le (sue) mani sui tuoi fianchi”. Marinella, sempre lei.
“Secondo intermezzo” e seconda citazione: il brano che segue ha lo stesso titolo della poesia forse più celebre di François de Moncorbier, meglio conosciuto come François Villon, qui e là un po’ sbrigativamente licenziato quale “primo poeta maledetto della letteratura di tutti i tempi”. La morriconiana “Ballata degli impiccati” di Fabrizio - alla quale ha contribuito Giuseppe Bentivoglio, con cui De André avrebbe nuovamente lavorato per “Non al denaro non all'amore nè al cielo” e “Storia di un impiegato” - è, paradossalmente, meno “politically correct” dell’originale; dove gli impiccati di Villon erano una plebaglia implorante (“Fratelli ancora vivi, o umana gente/non siate contro noi duri e spietati!”), quelli di Faber conoscono una parola sola, vendetta: “Coltiviamo per tutti un rancore/che ha l’odore del sangue rappreso”.
Arrivati a questo punto, negli anni Sessanta si girava il padellone: ascoltando il cd, come argutamente ha fatto notare Marco De Annuntiis, tra il coro sfumato della “Ballata degli impiccati” e l' inizio del brano successivo ci s’imbatte nell’“unico momento di silenzio di tutto il disco”: ovvero, quando la tecnologia deve ritirarsi in buon ordine. “Inverno”, algida (vorrei vedere…) e jazzata, con quella nebbia che sale sui prati bianchi, è la canzone più elegante dell’album; “Girotondo” è invece la più disperata, perché nulla è più disperato e disperante del coro di bambini ebbri e pazzi di guerra: “la terra è tutta nostra”, ma se prima “ne faremo una gran giostra”, poi “giocheremo a farla nostra”. Un gioco che trova sempre nuovi estimatori, marcondiro’ndero marcondiro’ndà.
Il “Terzo intermezzo” introduce “Recitativo” e “Corale”, con il Coro dei cantori delle basiliche romane di Pietro Carapellucci, diretto dal solito Giampiero Reverberi, a fare da contrappunto all’invettiva recitata da Fabrizio. “Due invocazioni e un atto d’accusa” che l’attrice Maddalena Crippa - con un colpo di genio - inserirà nel 2000 nello spettacolo “Sboom!” declamandole con la voce incerta di una badante dell’Est: invocano pietà i drogati, le traviate fanciulle dagli occhi “troppo belli”, invoca pietà “l’umano desolato gregge di chi morì con il nodo alla gola”. Una pietà che conviene, se all’ultimo minuto, maturi com’è il grano per la falce, non vogliamo essere preda di rimorsi “ormai” tardivi. Alimentando l’infelicità che ci ha rovinato la vita, possiamo solo riuscire nell’impresa di rovinarci anche la morte.(Ivano Rebustini)

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