«GRANDIMPRESE - Mario Venuti» la recensione di Rockol

Mario Venuti - GRANDIMPRESE - la recensione

Recensione del 14 feb 2003 a cura di Paola De Simone

La recensione

I tre precedenti album da solista di Mario Venuti ("Un po' di febbre" '94, "Microclima" '96 e "Mai come ieri" '98) erano separati alla pubblicazione da un periodo di un paio d’anni. Questa volta, però, all'artista siciliano di anni ce ne sono voluti ben cinque per pubblicare un nuovo disco di inediti: "Grandimprese" (Suoni e Musica/Venus), esce ora, ad un lustro di distanza dal suo predecessore, ed è composto da dieci canzoni, una delle quali ("Monna Lisa") è una bella cover che rende omaggio al cantautore Ivan Graziani.
Lo stile di Venuti non è mutato sostanzialmente, nel frattempo. La sua musica risente chiaramente di quelle influenze rock che popolano gli ambienti artistici siciliani; non è un caso che i musicisti di quella terra spesso propendano verso un pop inconsueto, più distorto. La mente va a Carmen Consoli, presente tra l'altro nel precedente album di Venuti, anche lei siciliana e anche lei protesa verso un insolito genere pop-rock anglofilo. La Consoli e Venuti arrivano dallo stesso spazio musicale, quello creato a Catania da Francesco Virlinzi e dalla Cyclope Records, quello che ha visto una generazione di catanesi crescere ascoltando Sonic Youth, R.E.M., Pavement, Pixies e altri ancora. Proprio Venuti, che alle spalle aveva già una carriera con i Denovo, diede un contributo significativo al lancio della Consoli co-firmando quella “Amore di plastica” che la fece notare a Sanremo.
Il percorso formativo di Mario Venuti è quindi legato a doppio filo a Virlinzi, che ha finora curato tutti i suoi precedenti lavori da solista. "Grandimprese" è, da questo punto di vista, l’ultimo disco firmato dal produttore artistico, purtroppo scomparso nel novembre 2000 (vedi news). E, in questa ottica, ne mantiene vivo il ricordo nello stile da lui sempre promosso. Nell'album, inoltre, emerge anche la passione che Venuti manifesta per le solari sonorità sudamericane e per il tropicalismo, elementi rintracciabili qua e là nelle dieci canzoni. Un esempio in questo senso è il brano che dà il titolo al disco, in cui il suono si fa più dolce e meno rock, seppur comunque caratterizzato dalle coloriture elettroniche che appaiono spesso nelle canzoni.
Quello che colpisce, infine, è la complicata semplicità dei testi delle canzoni di cui Venuti è autore, come delle musiche. L'accostamento di parole opposte come 'complicata' e 'semplicità' sta a delineare un linguaggio disinvolto e facile, ma spesso ricercato ("siamo noi sicuramente i migliori noi stessi che esistono"). Peccato non manchino piccole cadute di tono che rischiano la banalità, rintracciabili per esempio ne "Il dono" ("quella paura di sentirsi dire a un certo punto 'ti voglio bene ma non ti amo'") o nel "Re solo" ("chi semina vento raccoglie tempesta"). Piccole cose, però, rispetto alla bellezza di brani come "Veramente" (primo singolo), il cui ritmo e la ripetizione continua della parola chiave ne fanno un vero tormentone, e come “Sant’Agata su Marte”, una sorta di preghiera dedicata alla festa popolare in onore della Santa patrona di Catania. Un brano, quest’ultimo, distante dalle altre canzoni, perché più sperimentale e vicino a suoni ecclesiali, rafforzato in questo dall’uso del latino in un verso inserito a metà canzone. Altri brani che meritano di essere sottolineati, perché tra i più immediati, sono "Bisogna metterci la faccia", dal refrain immediato e movimentato; "Un attimo di gioia", significativo soprattutto nel testo, che racconta la rarità dei momenti felici del nostro tempo, e "Re solo", ritmato e pungente. L’album è tutto sommato gradevole, speriamo piuttosto che Venuti non scompaia nuovamente dal mercato discografico e che torni a pubblicare un nuovo album tra non molto tempo. Facciamo tra due anni?
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