«MR. JONES - Tom Jones» la recensione di Rockol

Tom Jones - MR. JONES - la recensione

Recensione del 21 nov 2002

La recensione

Partiamo, se permettete, da un ricordo personale. Sanremo 2000: mr. Jones è l’ospite conclusivo del festival, che chiude il sipario sulle note del megahit “Sex bomb”. Miracolo: dopo lo stress, la noia e la fatica della maratona finale in sala stampa ballano tutti, colonne comprese. In questo risiede oggi il fascino del liftatissimo gallese. Magari non fa singhiozzare come un tempo i cuori delle fan (che continuano però imperterrite a gettargli addosso la loro biancheria intima). Ma quando azzecca il pezzo giusto, con la sua ugola d’acciaio temperato ritorna ad essere un fuoriclasse impareggiabile della music “for fun” e del pop d’alto intrattenimento. La buona notizia è che gli riesce anche nel nuovo album, almeno in un paio di episodi. Un disco che magari non ripeterà l’incredibile exploit di “Reload”, favorito dall’effetto sorpresa e dalla parata di ospiti venuti ad omaggiarlo: ma intanto l’highlander del Brit Pop qualche unghiata di classe se la riserva anche in questa occasione (avrebbe potuto scegliere una copertina migliore, però….).
Dai tempi almeno della cover di “Kiss” in compagnia degli Art Of Noise – anzi: da molto prima - siamo abituati a ritrovarcelo di fronte camuffato in abiti giocosamente alla moda: in “Mr. Jones” il maquillage sonoro è anche più radicale che in passato, in forza dei suoni profondi, percussivi e dondolanti che gli ha cucito addosso Wyclef Jean in compagnia di Jerry “Wonder” Duplessis. Già dal pezzo iniziale, il già noto “Tom Jones international”, siamo in pieno “Refugee camp”, il colorito villaggio musicale che attinge alle radici giamaicane e newyorkesi del versatile Wyclef, tra ritmi in levare, sprazzi di toasting, echi di dub, fiati scattanti, cantilene vocali e autocitazioni. L’uomo dei Fugees trascina verso nuove sfide le robuste corde vocali e le inflessioni da crooner del macho gallese, cercando un improbabile punto di contatto tra la sua estetica musicale cosmopolita e l’approccio da entertainer classico proprio del gallese. “Younger days”, un altro stralcio di autobiografia che ricorda senza lacrime i giorni selvaggi e i camerini presi d’assalto dei bei tempi che furono, viaggia su queste interferenze, esponendo su cadenze da dancefloor e melodie speziate di Caraibi ed hip-hop la dichiarazione d’amore del signor Jones nei riguardi della professione che l’ha reso ricco, famoso e desiderato: “I still dig it, I still do it” (“Mi piace ancora, lo faccio ancora)”.
Ma c’è una nuova “Sex bomb”, si chiederà qualcuno? La candidata più accreditata è la pimpante cover di “Black Betty”: nell’introduzione Jones cita esplicitamente l’autore del misogino blues, papà Leadbelly (e pesca dagli archivi un frammento del suo originale), ma in realtà il drive ruggente e metallico dell’arrangiamento deve certamente di più alla sguaiata versione bubblegum/hard rock dei Ram Jam targata 1977 (è qui che Tom e Wyclef inseriscono il turbo e cambiano marcia: diventerà un altro riempipista in discoteca?). Funzionano ad intermittenza, invece, gli altri evergreen in scaletta, ballate che mettono in vetrina i tuttora scintillanti muscoli vocali del nostro mixandoli però – e non sempre con accortezza - ai suoni sincopati e sintetici orchestrati dai produttori: alla fine dei ’70 risale anche l’appassionata “We’ve got tonight” di Bob Seger, piuttosto banalizzata però dall’accelerazione ritmica impressa dagli uomini al mixer; mentre vanno meglio le cose con “I (who have nothing)”, grande hit del vocalist ad inizio degli anni ‘70. Il pezzo, per chi non lo sapesse, porta l’italica firma di Carlo Donida e di un giovanissimo Mogol, tradotto dai leggendari Lieber & Stoller; e con la sua versione in lingua inglese si sono cimentati, tra gli altri, Ben E. King, Shirley Bassey, Neil Diamond, Righteous Brothers e Petula Clark: in questo caso il cambio di passo e le chitarre con eco servono ad amplificare il clima epico e “morriconiano” del pezzo (una specialità di Wyclef). Gli autori/produttori (tra cui lo stesso Jones) non colgono nel segno neppure quando si mostrano troppo rispettosi della classicità del personaggio (il lento “Heavens been a long time comin’ ” sconta un arrangiamento convenzionale e privo d’inventiva; molto meglio “The letter”, bel duetto vocale con le voci femminili R&B delle Allure), oppure quando si dimenticano di fornire all’interprete un adeguato sviluppo melodico (“Holiday” è decisamente insignificante). Lavorano bene, viceversa, quando spingono l’inossidabile vocalist a boxare con i ritmi intriganti ed incalzanti di “Jezebel” o quando gli servono in tavola un bel cocktail gospel-reggae-soul come “Feel the rain”. Pur con qualche battuta a vuoto le occasioni d’intrattenimento, lo avrete capito, non mancano neanche stavolta.

(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.