«PARSIFAL - Pooh» la recensione di Rockol

Pooh - PARSIFAL - la recensione

Recensione del 04 set 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Chi può sapere che cosa sarebbe successo, se i Pooh avessero pigiato l’acceleratore nel maestoso largo Parsifal e rallentato fino a fermarsi nell’angusta via Infiniti noi… Ma con i “se” possiamo fare solo supposizioni e non la Storia, neanche quella del pop italiano: Camillo Facchinetti detto Roby, Donato “Dodi” Battaglia, Stefano D’Orazio e Bruno Canzian in arte Red hanno scelto un itinerario di tutte discese, e a noi resta solo la curiosità insoddisfatta di sapere dove sarebbero approdati se avessero azzardato qualche salita e accettato il rischio delle uscite di strada. Quella strada maestra che - va detto - ha portato a un successo ancora vivo dopo trentaquattro anni (“Piccola Katy stanotte hai bruciato/tutti i ricordi del tuo passato”, cantava Riccardo Fogli nel 1968, anche se il primo 45 giri è “Vieni fuori” del ‘66, versione italiana di “Keep on running” dello Spencer Davis Group), un successo rimasto senza uguali in Italia, anche perché l’azienda Pooh è gestita da quattro manager oculati e lungimiranti. Mica male, per esempio, la trovata di sfruttare il prevedibile successo planetario del “Pinocchio” di Benigni per trainare il musical omonimo, che debutterà a Milano nel febbraio 2003, preceduto l’8 novembre dall’album con le musiche originali scritte dal quartetto per lo spettacolo diretto da Saverio Marconi. Ma questo è il futuro e non ci compete: qui s’ha da parlare di cavalieri, non di burattini.


“Parsifal, un cavaliere alla ricerca dell’amore”: proprio così doveva intitolarsi il disco, il primo dopo l’abbandono del bellone Fogli e l’ingresso del bellino Canzian, ventiduenne studente di psicologia a Padova. Cantante e chitarrista dei Capsicum Red, il gruppo prog nel quale aveva debuttato a diciotto anni, Bruno - che pur di giocare in serie A accetta di spostarsi all’ala, sì, insomma, al basso (del resto il chitarrista c’era già, e - come vedremo - particolarmente bravo) - porta con sé l’esperienza sinforock della “Patetica“ beethoveniana rivisitata nell’intero primo lato dell’album “Appunti per un’idea”.
Ma anche gli altri Pooh – spinti dal produttore Giancarlo Lucariello - sono sempre più tentati dal sinfonico: non si erano fatti accompagnare dall’orchestra in “Alessandra” e nell’ultimo tour con Fogli nei teatri, dal Petruzzelli di Bari al Sistina di Roma, al Lirico di Milano? Manca però il coraggio di andare fino in fondo, e così il disco, che si sarebbe poi intitolato semplicemente “Parsifal”, fino al minuto 37 - secondo più, secondo meno – non riesce a spiccare il volo dalla forma-canzone, pur se i brani hanno durate importanti (sei superano i quattro minuti, con punte di 6 e 18 per “L’anno, il posto, l’ora…” e addirittura 6 e 48 per la già citata e in ogni modo non particolarmente innovativa “Infiniti noi”), gli archi arrangiati da Gianfranco Monaldi ricoprono un ruolo di primissimo piano, qui e là si avverte il tentativo di emanciparsi dal pezzo-fatto-su-misura-per-la-hit-parade e non mancano spunti interessanti: l’intro da prova d’orchestra, la slide e il moog de “L’anno, il posto, l’ora…”; l’organo alla Procol Harum, il tempo di valzer, i fiati e il coro un po’ Beach Boys della “Locanda”; gli archi morriconiani che aprono – ancora lei - “Infiniti noi”.
È però con la title track che si compie il miracolo e si chiude il cerchio aperto dall’immagine di copertina, fornita dall’archivio del museo teatrale Alla Scala di Milano, e dalle foto dei quattro Pooh sulle mura e all’interno di un castello, vestiti da cavalieri medioevali.
“Parsifal” (da cui ha preso il nome l’acclamata cover band catanese dei quattro orsacchiotti) è una suite lunga dieci minuti, divisa in due parti (la seconda solo strumentale), con un testo in puro stile progressive italiano scritto dal solito Valerio Negrini, l’ex batterista diventato paroliere del quartetto. Un pianoforte classicheggiante introduce il cantato, poi su un tappeto di mellotron – il glorioso M 400 - Dodi Battaglia stappa uno dei tre assoli di questo brano, che restano le migliori schitarrate del pop italiano anni Settanta, insieme allo strepitoso serpente sonoro di Alberto Camerini in “Senza senso” dell’Equipe 84 (1973) e all’irripetibile duetto tra lo stesso Camerini e Ricky Belloni nel “Volo magico n. 1“ di Claudio Rocchi (’71). Il secondo assolo traghetta sulla sponda strumentale, una sorta di “Concerto grosso” liofilizzato made in Pooh, con Dodi che baroccheggia alla Nico di Palo. Ma il bello deve ancora venire: il solo numero tre - quello maggiormente ispirato - dà a Battaglia tutto quel che è di Battaglia, e anche di più. Finale in gloria, con un crescendo di archi, ma le ultime parole del testo sono profetiche per l’evoluzione musicale della band: “Sacro non diventerai/qui si ferma il tuo cammino”.

 

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