«FLICKERING FLAME - Roger Waters» la recensione di Rockol

Roger Waters - FLICKERING FLAME - la recensione

Recensione del 10 mag 2002 a cura di Paolo Giovanazzi

La recensione

Dopo l'antologia natalizia dei Pink Floyd, adesso tocca a Roger Waters dare un riassunto della sua carriera da solista, cominciata dopo il divorzio dalla band con cui ha raggiunto uno status da divo che evidentemente continua a tormentarlo. Il booklet di "Flickering flame" infatti riporta per l'ennesima volta il racconto della frustrazione di Waters di fronte al crescente successo del gruppo, arrivato al culmine quando ha sputato in faccia a un fan che cercava di invadere il palco dei Floyd durante un concerto a Montreal. Altri si sarebbero limitati ad abbracciare l'ammiratore aspettando che qualcuno della security intervenisse (in genere a sganassoni, per inciso), Waters invece ha dato il via a un processo di autoanalisi che ha dato origine a "The wall", lavoro sofferto e acclamatissimo che, ironicamente, lo ha innalzato al ruolo di semidio per il suo pubblico, forse più di quanto non fosse già in precedenza. Bob Dylan anni prima aveva cercato di risolvere lo stesso problema andando contro il suo stesso mito con album spiazzanti come "Self portrait" o "Nashville skyline" e costruendosi una figura pubblica sempre più enigmatica che gli ha consentito di proseguire la sua carriera per decenni pubblicando una grande mole di materiale. La cover di "Knockin' on heaven's door" che apre la raccolta allaccia un filo fra lui e Dylan. Ma il musicista inglese, sputi a parte, non ha mai puntato apertamente a disorientare il suo pubblico. A quanto dice lui stesso, i concerti negli stadi gli hanno fatto perdere il contatto intimo con l’audience, mettendolo in crisi. Ma i suoi lavori da solista hanno stranamente continuato a seguire le stesse scelte stilistiche che hanno portato i Pink Floyd a diventare un nome da grande arena. "Flickering flame" conferma questa impressione, raccogliendo episodi da ognuno dei suoi album da solo: Waters ha mantenuto una maniacale attenzione per il suono, aggiungendo e limando qualcosa rispetto al calco floydiano di partenza, ma rispettandone le caratteristiche fondamentali. Capita anche che gli eccellenti musicisti chiamati a collaborare finiscano col pagare tributo al modello originale: è il caso ad esempio di Steve Lukather, chitarrista da tempo riconosciuto come un grande del suo strumento, che si ritrova spesso Gilmour fra le dita nelle sue parti in "Too much rope" e "Three wishes". La visione cupa di Waters si stempera in momenti più ottimisti come "The tide is turning" o "Each small candle", che fanno intravedere un po' di pace per lo spirito inquieto del musicista. I fan saranno felici per l'inclusione della inedita title-track, della rara "Towers of faith" (proveniente dalla colonna sonora di "When the wind blows") e del demo inedito di "Lost boys calling", brano scritto insieme a Ennio Morricone per il film "The legend of 1900". E saranno ancora più contenti del fatto che Waters ha deciso di intraprendere un tour mondiale, il suo primo da diciotto anni a questa parte: oggi, 10 maggio, sbarca per l’appunto a Milano.
rPer carità, che a nessuno salti in testa di invadergli il palco: adesso che l'età avanza inesorabilmente, non vorrete tormentargli anche i suoi anni da rockstar in pensione?

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