«ARIA - Gianna Nannini» la recensione di Rockol

Gianna Nannini - ARIA - la recensione

Recensione del 09 mag 2002 a cura di Paola Maraone

La recensione

E’ fatta così la Nannini: la odi oppure la ami, ma certo non puoi ignorarla, lei con la sua voce inconfondibile rauca aggressiva sexy irresistibile, lei che chiama se stessa “malafemmina” e se la conosci un po’ capisci che non è solo il titolo di un album, lei capace di reinventarsi in venticinque anni di lavoro e cento atteggiamenti e vestiti diversi, senza mai perdere la sua (unica) anima.
E adesso che è arrivata al giro di boa vero, quello del millennio che è cambiato senza possibilità di tornare indietro e che - se non sei svelto - non ti aspetta, che ha fatto Gianna? Ha buttato di lato il ciuffo da sempre scompigliato, ha raccolto le idee e si è messa a parlare, ma sul serio, con una che di parole se ne intende: Isabella Santacroce, la scrittrice “cannibale” cui la Nannini dice di sentirsi molto vicina. E con lei ha scritto tutte le parole di questo disco: che in effetti, vi piacciano o no i libri “Destroy” e “Luminal”, inanella immagini piuttosto riuscite come “sto male di luce” (il brano è “Uomini a metà”) o “E non è facile restare senza più fate da rapire” (“Aria”).
Aria, amore, favole: questi i temi di un album che è nato sulle ceneri della colonna sonora del film “Momo alla conquista del tempo” (cui la Nannini ha lavorato assieme al suo ex tastierista) e che, pure, ha energia sufficiente per distaccarsene del tutto. Qui, che vi piaccia o no, ci sono brani con un peso specifico tale da non poter essere ignorato: canzoni sferzanti, potenti come uno schiaffo ben dato, che si conquistano un respiro internazionale grazie al talento di due “rumoristi” come Armand Volker e Christian Lohr, padri del “noise computer” che caratterizza tutto il suono di “Aria”.
in fondo questo, a voler ben guardare, è un disco pulp come la sua autrice. Provateci voi a rilassarvi, mentre lo ascoltate. Che il lettore cd stia girando sulla traccia numero 1, “Volo”, una tammurriata postmoderna vigorosa e travolgente, o sulla ballad “Sveglia” che riesce quasi a essere dolce, oppure sulla storia erotica e distorta di “Dj Morphine”, le cose non cambiano: questa musica è una medicina necessaria e aspra. Difficile da amare al primo ascolto, impossibile da dimenticare dopo dieci. Un viaggio cui prestare attenzione in tutte le sue tappe, un’immersione audace in vasca di galleggiamento. Di quelle che - sapete?- riproducono le condizioni fetali. Non roba da mettere in sottofondo: non son cose per distrarsi queste, ma per lottare. Una musica da risveglio violento e improvviso, lontana forse dai singoli “radio-friendly” di un tempo, ma -nel bene e nel male - vicina al cuore.


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