«UNDER COLD BLUE STARS - Josh Rouse» la recensione di Rockol

Josh Rouse - UNDER COLD BLUE STARS - la recensione

Recensione del 29 mar 2002 a cura di Diego Ancordi

La recensione

E’ giunta al terzo capitolo la storia artistica di Josh Rouse, cantautore nativo del Nebraska ma trasferitosi a Nashville, città più ricca di possibilità per chi vuole emergere con la musica. “Under cold blue stars” segue le linee tracciate dai precedenti “Dressed up like Nebraska” e “Home”, mimetizzando però ulteriormente le radici americane sotto una maggiore propensione alla pop-song. L’artista sostiene che le sue siano “canzoni senza tempo” e probabilmente lo sono, nel senso che non ci troviamo di fronte ad una ricerca del posto in una classifica dove si consumano successi temporanei destinati in breve al dimenticatoio. La musica di Josh Rouse è fluida e rilassata, priva di questo tipo di pressione. Piuttosto, le impressioni che suscita l’ascolto di “Under cold blues stars” sono due: da una parte quella di un’assoluta libertà creativa e dall’altra quella di una limitazione alla creatività stessa. L’autore sembra tenere un po’ il freno tirato e non voler osare troppo, proponendo brani piacevoli e raffinati ma sempre molto contenuti e questo in parte gli toglie personalità e mordente. E’ comunque probabile che questa formula costituisca la definitiva versione del suono marchiato Josh Rouse: semplicità e linearità. “Under cold blue stars” è una raccolta di avvolgenti ballate crepuscolari, di storie familiari sussurrate in cui allegria e malinconia si alternano e si intrecciano, servendosi delle chitarre riverberate come degli archi. Ballate che piaceranno ai fans dei Lambchop come a quelli dei Radiohead, ma probabilmente anche a molti altri ascoltatori di diversa estrazione, perchè “Under cold blue stars” è un disco piacevole e ben fatto. Le emozioni, però, sono ridotte al minimo, relegate a pochi brani come “Falling no pain” o “Summer kitchen ballad”.

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