«DIG - Boz Scaggs» la recensione di Rockol

Boz Scaggs - DIG - la recensione

Recensione del 13 nov 2001 a cura di Diego Ancordi

La recensione

Di Boz Scaggs si erano quasi perse le tracce. Da qualche anno non usciva un suo disco di canzoni inedite e ritrovare nel lettore questo nuovo “Dig” non può che far piacere, perché il musicista americano (nato nell’Ohio ma texano d’adozione) ha accompagnato più di una generazione con la sua musica. Oggi il cantautore si ripresenta con una raccolta di undici brani nuovi. Nuovi in tutti i sensi: nuovi perché inediti e nuovi perché effettivamente diversi da quanto Scaggs aveva proposto fino a ieri. Tanto che il suo pubblico abituale ne resterà probabilmente sorpreso, e forse neanche favorevolmente impressionato.
Innanzitutto, il risultato generale in “Dig” è assai più ruvido del solito, a tratti vicino al rock. E ciò è probabilmente dovuto alla rabbia data dalla scomparsa del figlio ventunenne, morto per overdose il 31 dicembre 1998.
Inoltre, Boz ha cercato di rinnovarsi, di adeguare ai tempi l’”immagine” della sua proposta, che nella sostanza rimane la stessa (il legame con il blues e il rhythm and blues resta ben saldo) ma c’è largo spazio allo sperimentalismo. E questa scelta desta perplessità, perché Scaggs resta da decenni un personaggio indelebilmente legato al proprio suono, al proprio marchio di fabbrica. Cambiarlo potrebbe risultare controproducente. Sarebbe come se Neil Young o Bob Dylan pubblicassero un album con loop elettronici o inserti rap. Boz ha richiamato a sé due vecchie conoscenze a cui affidare la produzione dell’album: David Paich, suo collaboratore già ai tempi del mitico “Silk degrees”, e Danny Kortchmar. Insieme hanno però lavorato sui brani con una maggiore apertura a lidi musicali per loro inusuali, con un risultato che punta su una maggiore eterogeneità. Per cui, se ci si attendeva un album sugli standard classici della produzione targata Boz Scaggs, si rischia di rimanere delusi. Ma se si prende atto della situazione e si ascolta “Dig” con la disponibilità che si darebbe al disco di un artista sconosciuto, con la mente libera da preconcetti e aspettative, si scopre un album bello, maturo, ben suonato (vi lavorano session men di grande vaglia come Steve Lukather, Greg Phillinganes o Nathan East) e ricco di soluzioni. Un album che magari farebbe gridare qualcuno al miracolo.

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