«LET IT COME DOWN - Spiritualized» la recensione di Rockol

Spiritualized - LET IT COME DOWN - la recensione

Recensione del 15 ott 2001

La recensione

Diavolo di un Jason, continui a stupire. Ci eravamo già resi conto che gli Spiritualized, nonostante il nome da ditta, erano soltanto una tua creatura, ma in questo disco ce lo confermi ancora una volta. “Let it come down” è tutto scritto e arrangiato da te, segue lista dei musicisti e degli strumenti che parte da quelli a te più vicini per arrivare ai componenti dell’orchestra. Ma non è per questo che siamo stupiti, quanto per il contenuto del disco. Gli Spiritualized, un po’ come l’Arkestra di Sun Ra nel jazz, suonano una musica loro, cosmica, stellare, capace di incrociare tutta la vibra terrena di artisti come Nick Cave, Shane MacGowan, Tom Waits, i Beatles, i Floyd, i Dead, i Troggs, con sofisticazioni musicali assolutamente originali, per cui non riesci mai a capire cosa stai ascoltando davvero, se qualcosa che viene da molto lontano con degli echi di molto vicino, o l’esatto contrario. Fatto sta che se la scommessa era quella di creare e far suonare un mondo a parte, se l’idea era quella di musicare una visione, o meglio, una serie di visioni, l’intento è perfettamente riuscito. “Let it come down” entra rock ed esce acustico, ammicca al glam e prega il gospel, cita i Floyd di Barrett ma anche quelli dell’ultimo Waters, rasserena e incupisce togliendo e regalando a corrente alternata, ma soprattutto trasporta in quel luogo dove è solo la musica a parlare. Meno etereo e psichediretto del suo predecessore live, “Let it come down” ha il suo maggior pregio nell’ essere un disco di delirio assolutamente lucido e determinato, una foto formato ritratto del suo mastermind. Ascoltatelo viaggiare sull’onda delle sue visioni, sorprendervi con un inizio baluginante come “On fire” e chiudere con un gospel floydiano e sporco di chitarre slide come “Lord can you hear me”, perdetevi nel gioiellismo pop assolutamente sixty di “Do it all over again”, sognate al suono dell’orchestra di una perfetta torch song come “Don’t do just something”, respirate il liquido blues notturno di “Out of sight” e seguite l’incredibile crescendo finale... andate avanti così, “Let it come down” vi sorprenderà.

(Luca Bernini)
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