«OPEN - Cowboy Junkies» la recensione di Rockol

Cowboy Junkies - OPEN - la recensione

Recensione del 16 ago 2001

La recensione

“Spero di morire prima di diventare vecchio”, urlava Pete Townshend tanti anni fa. Ma ora penso che abbia cambiato idea. Il tempo che passa, la vita che avanza, “il mio corpo che cambia”, i figli che crescono, la comparsa dei primi malanni; ci sono segnali che a volte ci ricordano che la vita è una e prima o poi è destinata a finire. La musica è giovane nello spirito e molti sono i titoli che celebrano la gioventù nell’utopia che questa sia eterna: “18 ‘til I die”, “Forever young”… C’è per tutti un momento in cui ci si ferma a pensare e ci si rende conto di tutte queste cose: è il momento in cui ci si ritrova “Too old to rock’n’roll, too young to die”, quello che all’improvviso si presenta come una specie di limbo sbattendoti in faccia una deprimente realtà che i Cowboy Junkies hanno raccolto ed espresso in questo loro nuovo lavoro. Giunti senza accorgersene al traguardo dei 10 album, i fratelli Timmins si sono guardati allo specchio e hanno avuto un sussulto: “Il tema centrale di ‘Open’ è l’invecchiamento – spiega Michael –, con tutte le difficoltà che comporta: morte, nascita, fede, tradimenti, amore e, speriamo, rivelazione. E’ un album che parla di quando ti svegli alle 3 del mattino, rendendoti conto veramente per la prima volta che un giorno morirai”. Così i Cowboy Junkies hanno messo a punto un disco maturo e piacevole, probabilmente il loro miglior lavoro. Un disco dalla profondità “dark” che lasciano uno spiraglio di speranza, lascia una porta “aperta”, come dice il titolo. Se “Dark hole again” riconosce che “ci si stanca a salire le scale e arrampicarsi sui muri”, “1000 year prayer” invita a fermarsi per meditare e contemplare, mentre “I’m so open” ribadisce la necessità di rimanere aperti a nuove esperienze e nuove idee. Musicalmente, il disco è vario e godibile, alterna riflessive ballate a slanci rock, suoni elettrici e acustici, momenti quasi ambienbt e schizzi noisy, con una rinnovata vena compositiva (in parte già espressa da “Miles from our home”) e nuove consapevolezze.

(Diego Ancordi)
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