Rockol - sezioni principali

Recensioni / 03 apr 2001

Ben Harper - LIVE FROM MARS - la recensione

LIVE FROM MARS
Virgin (CDx2)
Paradossi del rock amato in Europa, adorato in Italia, Ben Harper è relativamente sconosciuto nella natia America, dove si è fatto notare solo negli ultimi tempi con il singolo “Steal my kisses” e un lungo tour, seguiti all’ultimo disco di studio “Burn to shine”. Eppure la sua musica è quanto di più americano ci sia: Harper è uno degli ultimi eredi delle migliori tradizioni rock, blues e folk, che ha saputo rigenerare in una miscela esplosiva e assolutamente attuale. Harper è un caso a parte nel panorama musicale odierno, che sembra votato a questa contraddizione: la musica americana viene apprezzata principalmente fuori dagli States.
Dopo quattro dischi, e dopo un’attività live costante, un disco come questo era un approdo logico quasi inevitabile. Diviso in un disco elettrico e suonato con gli Innocent Criminals in piena forma, il primo, ed uno acustico e minimalista, il secondo, “Live from Mars” riesce a dare l’idea della potenza interpretativa di Harper. Perché questo è il punto: ciò che fa la differenza, nella sua musica, non sono le canzoni (belle), ne la musica (altrettanto), ma l’interpretazione. Figlio di Hendrix quanto di Robert Johnson, Harper è capace di prendere un brano e rivoltarlo come un guanto, portarlo agli estremi sia di un rock nero e sporco (sentite il mix “Faded/Whole lotta love”), sia di un blues/soul (l’intro di “Forgiven”), sia folk sussurrato e intimo, mai sopra le righe (“The drugs don’t work” dei Verve, o quasi ogni pezzo del secondo disco). Chi ha visto anche una sola volta Harper dal vivo in uno dei suoi numerosi passaggi italiani, sa di cosa si sta parlando.
Un disco riuscito, quindi, pur con tutti i limiti classici del live. Anche la suddivisione in acustico ed elettrico rende democraticamente ragione delle diverse anime della sua musica, senza sacrificarne nessuna. Completano il tutto una serie di chicche, come le cover citate, a cui si aggiunge “Sexual healing” di Marvin Gaye e l’originale “Not fire, not ice”, precedentemente uscito solo come B-side. Le oltre due ore di concerto si chiudono con il finale da brivido di “Like a king/I’ll rise”.

(Gianni Sibilla)