«REPTILE - Eric Clapton» la recensione di Rockol

Eric Clapton - REPTILE - la recensione

Recensione del 12 apr 2001

La recensione

“’Riding with the King”’ è stata un’esperienza magica, quindi ho pensato che fosse bello riutilizzare la stessa filosofia per un altro album, dal momento che quell’esperienza mi è ancora fortemente vicina”. Così dice Eric Clapton a proposito del nuovo album “Reptile”. In realtà, in comune con quell’esperienza, a parte buona parte dei musicisti, non si colgono grandi affinità. “Reptile” è un disco di routine, ben prodotto e ben suonato da una schiera di “mostri”, la maggior parte dei quali visti in tour con Eric anche in Italia: Nathan East al basso, Andy Fairweather Low alla chitarra, Steve Gadd alla batteria, Paulinho Da Costa alle percussioni, Billy Preston alle tastiere, più le collaborazioni di Doyle Bramhall II, Pino Palladino, Joe Sample, Tim Carmon. Certo, non è più il caso di considerare Eric Clapton un artista blues, ma una popstar nel senso più vario del termine. E con questi presupposti bisogna avvicinarsi alla sua produzione attuale, ben lontana dai fasti di “There’s one in every crowd” o “461 Ocean Boulevard”. Detto questo, passiamo ad analizzare questo nuovo lavoro, fortemente segnato, come specifica “Slowhand” nelle note di copertina, dalla morte di uno zio con il quale Eric usava usare l’appellativo “Reptile” (che a Ripley, luogo natale di Clapton, è un vezzeggiativo). Il CD si apre con una bossa nova (la title-track), e già questo è motivo di sconcerto, mentre il blues è protagonista della prima cover che si incontra all’ascolto: la classica “Got you on my mind” a firma Joe Thomas & Howard Biggs (con un bel solo di dobro). Segue l’omaggio al maestro J.J. Cale (già autore dell’hit di Clapton “Cocaine”). La prima caduta di tono avviene con “Believe in life”, un brano pop latineggiante che lasciamo volentieri cancellare dalla “Come back baby” di Ray Charles. Si divaga poi con il pop-soul di “Broken down” e con le inflessioni ragtime di “Find myself”, prima di un altro piccolo tonfo con il funky-disco di “I ain’t gonna stand for it” (by Stevie Wonder). E’ ancora il ragtime a fare da sfondo a “I want a little girl”, mentre la seguente “Second nature” risulta tra i brani migliori dell’album: un blues sotterraneo e strisciante, da vero “reptile”. “Don’t let me be lonely tonight” è un gospel scritto da James Taylor e portato al successo dagli Isley Brothers che precede “Modern girl”, guidata da un arpeggio di chitarra acustica su cui nel finale fanno la loro comparsa gli archi, e l’imponente “Superman inside”, dominata dall’hammond di Billy Preston. Chiude la melensa “Son & Sylvia”, lenta e malinconica ballad strumentale acustica dai risvolti jazzy.
Un disco sostanzialmente nella media per il Clapton degli ultimi tempi, privo di grosse emozioni, nel quale molto si deve ad una band straordinaria e alla presenza degli Impressions ai cori.

(Diego Ancordi)
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