«POETIKA - Massimo Priviero» la recensione di Rockol

Massimo Priviero - POETIKA - la recensione

Recensione del 20 gen 2001

La recensione

Cestinati dal gretto mercato discografico italiano, alla faccia se non altro dalla memoria storica, i vecchi dischi di Massimo Priviero (vedere alla voce rocker) rivivono in parte in questo nuovo lavoro, che infila sei inediti in mezzo a vecchi pezzi rifatti.
Sin dall’attacco del disco Priviero (che, si dice, avrebbe potuto essere dove ora è Ligabue) si incurva, si inarca, cerca di prendere velocità. Le sue sono oneste composizioni in cui il tentativo è quello di impiantare testi in italiano su classici schemi rock d’oltreoceano, nei quali si tuffa riuscendo quasi sempre a stare a galla, anche se l’archetipo Springsteen è sin troppo palese (“Grande mare”, “Angel”, “Fragole a Milano” sono solo gli esempi più evidenti). Qualche buona trovata (i cambi di ritmo in “Maria”, i giochi timbrici di “C’è una città”, la ritmica di “Duemila” e parecchie altre ancora) personalizza il discorso.
I testi vogliono essere diretti, con metafore secche, rock per l’appunto, e con qualche passaggio (“Resto da solo a bere gin sulla spiaggia/ e la mia giacca ubriaca di pioggia”) che risente di una certa iconografia.
Si sente una ricerca, una voglia di dire senza sbracare (e il rischio ci sarebbe), anche se, ad esempio, qualche arrochimento vocale pare un po’ forzato.
Alla fine il disco si fa ascoltare volentieri. In qualche altra parte del mondo Priviero avrebbe un suo pubblico. In Italia si deve solo avere la forza di non smettere di provarci.


(Francesco Casale)
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