«SERENDIPITY - PFM» la recensione di Rockol

PFM - SERENDIPITY - la recensione

Recensione del 09 ott 2000

La recensione

“Serendipity” (termine coniato dal letterato inglese Horace Walpole e derivato da Serendip, antico nome dello Sri Lanka) ha avuto una lunga gestazione: circa un anno fa, al termine della lunga tournée dell’album “Ulisse”, Franco Mussida, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas e Flavio Premoli si sono guardati in faccia e si sono chiesti: “Beh, che si fa?”. Un gruppo come questo, carico dell’energia di decine di concerti, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Ma c’era il desiderio di qualcosa di realmente nuovo, qualcosa per stupire se stessi e il pubblico. Da qui il titolo “Serendipity”, ovvero, come spiega Mussida, “cercare ciò che non avevamo per avere ciò che non sapevamo”: procedere rilassati e sempre all’erta per cogliere l’idea migliore e trasformare il sogno in realtà. E il desiderio si è realizzato, “with a little help from their friends”. Il disco è sicuramente l’episodio migliore nella discografia del gruppo da parecchi anni a questa parte e si presenta all’ascolto come un lavoro maturo, attento a tutto ciò che è passato attraverso le orecchie dei quattro musicisti (e di noi tutti) e a quanto è uscito dai loro strumenti in trent’anni di carriera, ma allo stesso tempo ben radicato nel presente. Merito dell’eccellente produzione di Corrado Rustici, che riesce a mettere d’accordo il buon vecchio rock d’altri tempi e le moderne tecnologie digitali. In “Serendipity” si è realizzato il tipo di lavoro che troviamo da anni nei dischi dei King Crimson del nuovo corso: strutture vicine al progressive del periodo storico e suoni d’avanguardia, duri e urbani (nei quali si integra perfettamente anche il Solis String Quartet, che si è occupato delle parti di archi.
Ma è soprattutto nella parte letteraria dell’album che la P.F.M. si è avvalsa di numerosi collaboratori. Nei testi troviamo infatti le firme di Daniele Silvestri (“La rivoluzione”, il primo singolo “K.N.A.”, “Automaticamente”, “La quiete che verrà”, “Polvere”), Pasquale Panella (“L’immenso capo insensato”), l’amica e traduttrice ufficiale dei poeti maledetti della beat generation Fernanda Pivano (“Domo dozo”, testo in cui sono state usate cinque lingue diverse, come a immaginare un linguaggio del futuro nella società multietnica), Franco Battiato e Jury Camisasca (“Nuvole nere”).
Questa è la P.F.M. che aspettavamo da tanti anni.
(Diego Ancordi)
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