«MA' - Blanco» la recensione di Rockol

Blanco: da “pasoliniano” a “mucciniano” in cinque anni

“Ma’” è un album più controllato, ma ben scritto, con un Blanco che risale dagli abissi. 

Recensione del 03 apr 2026 a cura di Claudio Cabona / Mattia Marzi

La recensione

Sulla copertina di “Ma’”, una foto pescata dall’album di famiglia, Blanco bambino abbraccia la mamma. È uno scatto tenero, dolce, quasi disarmante, che dice moltissimo non solo sui contenuti delle canzoni che compongono il suo terzo album, ma anche di come si colloca questo lavoro nella discografia del cantautore. Il Blanco che tutti abbiamo imparato a conoscere ai tempi di “Notti in bianco”, “Ladro di fiori” e “Paraocchi”, i singoli che anticiparono l’uscita, nel 2021, dell’album d’esordio “Blu Celeste”, quello in cui correva nudo per i boschi di Calvagese della Riviera, non avrebbe mai messo sulla copertina di un suo disco una foto insieme alla madre. Quella spontaneità ribelle difficilmente avrebbe potuto convivere con una copertina così familiare e rassicurante (qui la nostra intervista all'artista).

È lui stesso a riconoscerlo: “Una cosa che non avrei fatto prima”. Ma quel Blanco lì, del resto, non c’è più. Sono passati solamente cinque anni da “Blu Celeste”, quattro dal tour da 350 mila biglietti venduti in cui spaccava sul palco la sua cameretta, tre dall’incidente delle rose a Sanremo (tra le cose più punk mai viste al Festival negli ultimi vent’anni). Eppure ad ascoltare questo nuovo Blanco sembra essere passato molto più tempo. Il fatto è che Riccardo Fabbriconi, questo il vero nome del cantautore, a 23 anni sembra aver compiuto già tutto il ciclo di ascesa, caduta e redenzione che certe popstar compiono in una carriera intera. La sua discografia, come ha spiegato lui stesso, fotografa una parabola: in “Blu Celeste” è sospeso, in “Innamorato” è in ascesa verso la luce, in “Ma’” risale dagli abissi

C’è un altro dettaglio emblematico, oltre la copertina, stavolta più strettamente musicale. Riguarda il modo in cui la voce è mixata, in buona parte delle 15 canzoni che compongono “Ma’”: è spesso compressa dentro una produzione ingombrante. Non lo era, in “Blu celeste”. Non lo era neppure in “Innamorato”, il disco del 2023, nonostante lì già si cominciassero a cogliere i segnali di una svolta. La sua vocalità capace di oscillare tra delicatezza celestiale e abrasività quasi disturbante, sgraziata e per questo identitaria, qui sembra meno istintiva, più controllata. Appare quasi sulla difensiva, come se stesse proteggendo la propria vulnerabilità dietro arrangiamenti più strutturati.

L’impressione è quella di assistere a una sorta di “cura Ludovico” musicale: come Alex, il protagonista di “Arancia meccanica”, sottoposto a un trattamento che neutralizza la sua violenza, anche Blanco sembra attraversare una fase di contenimento della propria irruenza espressiva. Quella rabbia che in “Blu Celeste” e in parte di “Innamorato” era salvifica, qui diventa “maledetta”, per citare “Maledetta rabbia”, privata della sua funzione liberatoria: eppure il pezzo resta uno dei pochi momenti in cui sembra fare capolino, timidamente, il Blanco di “Notti in bianco”, quello che faceva della ferita una forma di energia creativa. 

“Ma’” è un disco introspettivo, attraversato da riflessioni sulla depressione, sul senso di smarrimento e sulla necessità di ritrovare rifugio negli affetti più solidi. Gli amici, ad esempio, celebrati nell’apertura “Ti voglio bene, uomo”, e soprattutto la madre, figura centrale non solo simbolicamente ma anche nella title track “Ma’”. Nei testi Blanco racconta anche esperienze personali molto forti (ascoltate con attenzione “15 dicembre” e “27 luglio”, che non a caso sono messe al centro del disco, come se ne fossero il cuore). Qui e là ci sono allusioni alle sostanze: come su “Peggio del diavolo”, in cui Grignani, che non ha mai fatto mistero di essere stato vittima in passato di dipendenze, sembra mettere in guardia il giovane collega. “Quando cominci poi finisci peggio del diavolo”. E Blanco canta: “Sto uscendo da quel tunnel, sto facendo pulizia”. 

È un album scritto bene, sincero, diverso nel modo di raccontare le ferite. Il sound del primo Blanco era un mix ammaccato di cantautorato, pop ed essenza punk capace di calamitare un pubblico molto trasversale (ai suoi concerti andavano giovanissimi, ma anche trentenni), questo Blanco, sempre affiancato principalmente da Michelangelo, è più soft, meno agitato e vibrante.  Se il primo Blanco poteva essere definito “pasoliniano” per urgenza espressiva e tensione emotiva, quello di “Ma’” appare più “mucciniano”: più introspettivo, sentimentale, concentrato sulle relazioni e sulle cicatrici interiori. Nella scrittura non è indietreggiato, rispetto agli esordi, anzi: ha continuato a mettersi a nudo, a raccontarsi senza filtri. Forse, insieme al debutto, “Ma’” è il disco più sincero della sua discografia, anche se in modo diverso.

In “Blu Celeste la sincerità coincideva con il racconto senza filtri di un’adolescenza turbolenta: le corse nei boschi e tutto il resto. Era, quella, un’urgenza espressiva ancora incontaminata dal peso delle aspettative. In “Ma’”, invece, la materia narrativa è diversa: qui Blanco racconta i 23 anni di uno che è passato nel giro di pochissimo tempo dalla cameretta di provincia ai palchi degli stadi, con tutto ciò che ne consegue in termini di pressione, smarrimento e ridefinizione della propria identità. Le parole restano incisive, come nel testo di “Piangere a 90”: “Sono Blanco, sono stato pure in vetta / Ho toccato il cielo, e il dito si raffredda”. E ancora: “Non sento più il brivido / Ora c’ho un livido”. È un peccato che questa verità non sia del tutto accompagnata da un racconto pubblico: negli incontri con la stampa, fatti alla vigilia dell’uscita del disco, Blanco è stato prudente, creando una distanza rispetto alla materia emotiva che il disco mette in campo. Anche in questo si vedono le differenze rispetto agli inizi in cui anche comunicativamente era molto più a briglie sciolte.  

“Ma’” è un disco di passaggio, forse non immediato, ma necessario. Un lavoro che testimonia la volontà di crescere, di mettere ordine nel caos emotivo. Sarà interessante capire come sarà accolto dal suo pubblico. Lui mette le mani avanti: “Vincere non è destinazione”. Alex in “Arancia meccanica”, una volta liberato dal condizionamento, tornava alla sua natura originaria, alla “vita violenta”, per citare ancora una volta Pasolini. Resta da capire se anche Blanco tornerà a quella furia che lo aveva reso unico e speciale, o se questo sia davvero l’inizio di una nuova storia. 

TRACKLIST
Ti voglio bene, uomo
Ma’
Peggio del diavolo (con Gianluca Grignani)
Tanto non rinasco
Ricordi (con Elisa)
Los Angeles
Anche a vent’anni si muore
15 dicembre (prima)
27 luglio (dopo)
Woo
Fuochi per aria (la fortuna)
Fuori dai denti
Piangere a 90
Maledetta Rabbia
Un posto migliore

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