«PARACHUTES - Coldplay» la recensione di Rockol

Coldplay - PARACHUTES - la recensione

Recensione del 21 set 2000

La recensione

Se si pensa che è un album di debutto, questo “Parachutes” è sorprendente. Sorprendente per il suono, che mescola ispirazioni che vanno da certe chitarre alla Pink Floyd (per esempio l’attacco di “Spies”) a echi di Radiohead e Verve (“Sparks”, “We never change”), arrivando a definire, a partire da questi modelli, un’impronta sonora riconoscibile e tutto sommato personale; sorprendente per i testi, di una malinconia tutta particolare da cui traspare una sorta di serenità di fondo, che permea di sé l’album; sorprendente per la voce di Chris Martin che ha una maturità e un’intensità che certo vanno oltre i vent’anni anagrafici del giovane cantante e che lo hanno fatto paragonare a Jeff Buckley (ascoltando “Shiver” si capisce perché). “Parachutes” è un album che ha indubbiamente il dono di trasportare in una dimensione, insieme musicale ed emotiva, dove l’inquietudine lascia il posto a una sorta di serena osservazione di come le cose nella vita valga la pena di viverle, pur nella loro imperfezione. E’ da qui che nasce quella sofferenza che per i Coldplay non è mai disperazione. Nulla di tragico nella malinconia di “Parachutes”: “We live in a beautiful world” ripete il ritornello di “Don’t panic” (guarda caso), uno dei pezzi musicalmente più riusciti dell’album e un po’ manifesto di questa personale filosofia riassunta dai versi finali della canzone: “ There's nothing here to run from/ 'Cos yeah, everybody here's got somebody to lean on”. Cantano d’amore, i Coldplay, e delle sue emozioni, riassunte in versi quasi mai banali e che danno l’impressione di essere stati progressivamente asciugati, ridotti al minimo, per lasciare spazio all’emozione stessa. Non c’è rabbia nella musica dei Coldplay, non c’è tormento: c’è una sorta di normalità nobilitata dal male e dal bene dell’amore. Un desiderio di cose semplici – e la loro musica lo conferma, puntando sulla melodia, sulla voce, sulle chitarre e qualche volta sul piano (“Trouble”, “Everything’s not lost”) – tanto da scrivere in “We never change” versi come “I want to live life, and never be cruel/ I want to live life, and be good to you,/I want to fly, and never come down, /And live my life, and have friends around”. E in una sorta di crescendo di positività, la traccia fantasma del disco recita “Life is for living/ We all know/ And I don't want to live it alone”. Un album che non vuole scuotere, questo “Parachutes”, né sferzare, mai cupo ma spesso ispirato e di una bizzarra malinconia, di chi in fondo crede nella felicità.
(Laura Centemeri)
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