«LUCK... OR SOMETHING - Hilary Duff» la recensione di Rockol

Hilary Duff non ha mai smesso di essere una popstar

L’ex Lizzie McGuire pubblica il primo album in oltre 10 anni ed è come ritrovare una vecchia amica

Recensione del 21 feb 2026 a cura di Elena Palmieri

La recensione

La (non)notizia è che Hilary Duff è tornata. L’impressione è che il nuovo album dell’ex Lizzie McGuire, intitolato “Luck... or something”, sia migliore di quanto fosse lecito attendersi. A distanza di oltre dieci anni dal precedente progetto discografico, “Breathe in. Breathe out.”, Hilary Duff è una donna adulta, con responsabilità, figli, chat di mamme, lezioni di tennis, memorie e bilanci. La voce e il modo di raccontare il presente conservano però una continuità con l’immaginario dei primi Duemila, risuonando familiari in una linea narrativa che non rinnega l’origine ma la integra in una nuova fase. È come se il personaggio non fosse stato abbandonato ma rielaborato. “Luck... or something” è rassicurante nella sua matrice pop, verso una scrittura che mette al centro relazioni, dubbi, identità.

La produzione, affidata in larga parte al marito Matthew Koma, con il contributo di Brian Phillips, costruisce un impianto sonoro che abbandona la ricerca della dance patinata di metà anni Dieci e privilegia sintetizzatori, chitarre, linee di basso e batterie con una funzione narrativa più che decorativa. “Weather for tennis” apre il disco con una riflessione sulle discussioni all’interno delle relazioni, che è anche manifesto di metodo: "If it ain't the weather for tennis then, guess we can argue until dinner time / You calling me batshit is the fastest antibiotic for thinking you're different this time". Il lessico quotidiano diventa materiale musicale, la discussione diventa struttura ritmica. In “Roommates” il synth-pop di andamento midtempo accompagna il racconto di una coppia che ha perso slancio, mentre in “Mature” la memoria di una relazione con un uomo più grande si trasforma in dialogo con la versione adolescente di sé, rovesciando l’espressione "You’re so mature for your age", inclusa nel ritornello, da complimento a presa di coscienza.

Il cuore del disco si trova nell’equilibrio tra autobiografia e universalità, terreno su cui Duff costruisce il proprio statuto di popstar “relatable”, grazie alla quale si può facilmente immedesimarsi nelle situazioni da lei raccontate. Le chitarre di “Future tripping” e la sezione ritmica di “Growing up” riportano alla mente un certo immaginario anni ’70/’80 che i Fleetwood Mac resero iconico grazie a uno stile "boho-chic" californiano, intriso di misticismo, romanticismo tormentato e atmosfere sognanti. Da quel mondo, nel 2016, Hilary Duff aveva già rubato e stravolto completamente “Little lies”, originarimanete incluso nell’album “Tango in the night” del 1987 della storica band, per la serie tv “Younger”. Ora sembra chiedere quasi scusa, per aver portato quel bellissimo pezzo dei Fleetwood Mac in discoteca, rendendo omaggio alle armonie vocali sofisticate di Christine McVie, alle ritmiche bizzarre di Mick Fleetwood e a una produzione stratificata. 

In “Growing up”, inspiegabilmente, compare persino un intero ritornello preso da una canzone dei Blink-182, "Dammit”, e rielaborato solo leggermente: "And it'll happen once again / I’ll turn to you, friend / ‘Cause I know you'll understand / And you will until the end / And when everybody's gone / They got busy and moved on / We'll face it on our own / And I guess this is growing up”. L'operazione si inserisce nel filone della nostalgia che ha riportato il pop punk al centro del discorso musicale di recente, ma - più che per un discorso musicale - per le fan riporterà alla mente solo la storia d'amore tra Hilary Duff e Joel Madden dei Good Charlotte, quando si sognava un incontro tra il mondo rosa di Lizzie McGuire e quello più dark degli emo. 

“You, from the honeymoon” riporta la voce di Hilary Duff alle sue tonalità più alte, mentre il pop frizzante e posizionato con precisione tra autobiografia e universalità è il perno di pezzi come “The optimist”, che introduce anche un cambio di atmosfera con un riferimento al rapporto con il padre e una linea melodica che si avvicina a un lessico country, mentre “Tell me that won’t happen” elenca timori e interrogativi sulla durata dei legami. L’impressione complessiva è quella di una scrittura che alterna immediatezza e tentativo di costruzione letteraria, con momenti di incisività e altri di eccesso, ma sempre dentro una cornice coerente con l’identità dell’artista.

Con undici brani per oltre trentasette minuti di musica, “Luck... or something” non poteva che concludersi con un brano intitolato “Adult size medium”. “Sometimes I can't see me in it / Was any of it worth it after all? / Is my reflection someone else's story? / But if it's mine, can I still keep it / If I can't see me in it?”, si chiede Hilary Duff nel brano finale del disco, condividendo riflessioni di una donna adulta che non ha paura di nascondere le proprie insicurezza e di continuare a farsi domande. In conclusione arriva quindi la questione centrale dell’intero progetto, per cui la cantante si interroga sul riconoscersi o meno nell’immagine costruita nel tempo, tra fama adolescenziale e maturità. La risposta non arriva in forma di dichiarazione definitiva, ma in forma di processo. Hilary Duff non cerca reinvenzione radicale né parodia di sé stessa, scegliendo piuttosto la continuità, la consapevolezza, il dialogo con il proprio archivio. E in questo gesto, più che in qualsiasi effetto nostalgia, conferma di non aver mai smesso di essere una popstar.

Tracklist

01. Weather For Tennis (03:16)
02. Roommates (02:52)
03. We Don’t Talk (02:47)
04. Future Tripping (03:23)
05. Growing Up (03:02)
06. The Optimist (04:12)
07. You, From The Honeymoon (03:33)
08. Holiday Party (03:30)
09. Mature (03:37)
10. Tell Me That Won’t Happen (03:36)
11. Adult Size Medium (04:01)
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